Concausa


Manca sempre qualcuno
1 marzo 2009, 20:40
Filed under: Asia, Diritti umani | Tag: , , ,

CAMBODIA-SKULLS-PACKAGE

da PROVE DI MEMORIA NELLA CAMBOGIA NEL DOPO POL POT
KHMER ALLA SBARRA
di Piergiorgio Pescali su ilmanifesto.it del 26.02.2009

I dirigenti superstiti di Kampuchea Democratica compaiono di fronte al Tribunale straordinario, in larga parte finanziato dall’Onu, sui crimini del loro regime. Tra una popolazione disinteressata, i contadini che rimpiangono i tempi del Fratello numero Uno, un premier che cerca di far dimenticare i suoi antichi legami con il movimento, il paese appare ancora poco pronto a fare i conti con il proprio passato
Duch è seduto tranquillo di fronte ai giudici internazionali. È lui il primo dei dirigenti superstiti di Kampuchea Democratica a dover sostenere il processo contro i crimini commessi durante il periodo in cui i Khmer Rossi erano al potere. Dopo di lui compariranno Ieng Thirith, Nuon Chea, Ieng Sary e Khieu Samphan. Nell’aula aleggia continuamente la impalpabile presenza di Pol Pot, Fratello Numero Uno, il leader del movimento che oggi tutti vogliono alla gogna, ma che tutti, direttamente o indirettamente, hanno aiutato a nascere, crescere e trionfare.
È sulla sua memoria che si scaricano tutte le responsabilità. Duch, l’ex maestro di matematica divenuto direttore del carcere S-21, dove venivano imprigionati e uccisi tutti gli oppositori interni al regime, si difende dicendo che ha agito secondo gli ordini ricevuti. Ieng Sary, ex ministro degli esteri e ex cognato di Pol Pot, si discolpa affermando che la sua dissociazione dal gruppo dirigente avvenuta all’inizio degli anni Novanta, ha contribuito a disintegrare le ultime membra di un movimento già moribondo. Khieu Samphan, la faccia buona e onesta del regime, ancora rispettato da molti cambogiani, denuncia la sua estraneità agli eccidi, dicendo di aver occupato ruoli marginali. E infine, anche Nuon Chea, Fratello Numero Due e intimo amico di Pol Pot, accusa il suo ex dirigente supremo dicendo che non ha mai voluto ascoltare i suoi consigli di moderazione.
Una morte propizia
Insomma, la morte di Pol Pot, avvenuta nel 1998, risulta ora più propizia che mai. E non solo per gli accusati oggi portati di fronte alla Corte Internazionale. Nella regione di Anlong Veng, ultimo quartier generale dei Khmer Rossi, si respira un chiaro senso di nostalgia verso il regime passato. «Il governo di Phnom Penh ci ha tolto tutto quello che i Khmer Rossi ci avevano dato: scuole, ospedali, riso. Come possiamo dirci felici di essere tornati sotto Phnom Penh?» si chiedono i contadini di Phumi Roessei, riuniti durante un sopralluogo della Croce Rossa Internazionale. Qui, come in molti altri distretti del nordovest cambogiano, il governo ha volutamente escluso la popolazione dal flusso degli aiuti internazionali punendola per la sua fedeltà al movimento rivoluzionario. La liberazione, tanto propagandata dal governo cambogiano, si è trasformata in un incubo per molti contadini. Uno smacco per Hun Sen, l’attuale primo ministro che ha sempre demonizzato la dirigenza comunista e che il processo l’ha sempre osteggiato. Il potere, per lui, è sempre stato il principale obiettivo sin da quando, alla fine del 1978, disertò le file dei Khmer Rossi di cui era quadro, per affiancarsi ai vietnamiti durante l’invasione avvenuta nelle settimane seguenti. Da allora, e parliamo di ben 30 anni, questo caparbio politico cambogiano è sempre stato al vertice del governo, trasformando l’intera nazione in un feudo personale. Un processo equo non farebbe piacere a nessuno: sarebbero in troppi a dover dare spiegazioni sui loro comportamenti prima, durante e dopo l’avvento dei Khmer Rossi al potere. L’Occidente e le stesse Nazioni Unite dovrebbero spiegare gli aiuti diplomatici, finanziari e militari dati ai Khmer Rossi dopo il 1979; Sihanouk dovrebbe convincere un’eventuale giuria obiettiva delle sue acrobatiche manovre politiche per restare aggrappato al trono regale, Hun Sen di come abbia aiutato Pol Pot a conquistare il potere per trasformarsi successivamente nel suo più violento accusatore. La scuola, inoltre, non è ancora pronta ad affrontare seriamente il periodo di Kampuchea Democratica. Trent’anni, se possono sembrare tanti per la nostra percezione del tempo immediato, sono invece un’inezia per la Storia e per poter confrontarsi con essa con obiettività. (…)

sempre da ilmanifesto segnaliamo Ma Kissinger non siede sul banco degli imputati di John Pilger “L’olocausto cambogiano ha avuto tre stadi. Il genocidio di Pol Pot non è che uno di essi, eppure è l’unico ad avere un posto nella memoria ufficiale. È estremamente improbabile che Pol Pot sarebbe salito al potere, se il presidente Richard Nixon e il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Henry Kissinger, non avessero attaccato la Cambogia, che aveva una posizione neutrale. Nel 1973 i B-52 sganciarono sulla popolazione della Cambogia più bombe di quante ne furono sganciate sul Giappone durante tutta la seconda guerra mondiale: l’equivalente di cinque volte Hiroshima. Alcuni documenti declassificati rivelano che la Cia aveva pochi dubbi sugli effetti. « stanno usando il danno causato dagli attacchi dei B-52 come il principale tema della loro propaganda» riferiva il direttore delle operazioni il 2 maggio 1973. «Questo approccio ha consentito il reclutamento di molti giovani è stato efficace con i profughi». Prima dei bombardamenti, i Khmer Rouge erano una setta maoista senza base popolare. Le bombe fecero da catalizzatore. Pol Pot completò ciò che Nixon e Kissinger avevano cominciato.
Kissinger non sarà sul banco degli imputati di Phnom Penh. È un consigliere del presidente Obama per la geopolitica. Non ci sarà Margaret Thatcher, né molti dei suoi ministri e collaboratori ad alto livello che sono comodamente andati in pensione e che, sostenendo segretamente i Khmer Rouge dopo che i vietnamiti li avevano espulsi, contribuirono direttamente al terzo stadio dell’olocausto cambogiano. Nel 1979, il governo Usa e quello britannico imposero un embargo devastante su una Cambogia già duramente colpita perché il suo liberatore, il Vietnam, apparteneva alla parte sbagliata della guerra fredda. Poche campagne del Foreign Office sono state altrettanto ciniche o altrettanto brutali. All’Onu, gli inglesi chiesero che il regime ormai defunto di Pol Pot detenesse il «diritto» di rappresentare le sue vittime all’Onu e votarono con Pol Pot sulle agenzie dell’Onu, tra cui l’Organizzazione mondiale della sanità, impedendole così di lavorare all’interno della Cambogia.
Per nascondere questo scandalo la Gran Bretagna, gli Stati uniti e la Cina, il principale sostenitore di Pol Pot, inventarono una coalizione «non comunista» in esilio che era, di fatto, dominata dai Khmer Rouge. In Thailandia, la Cia e la Defence Intelligence Agency stabilirono legami diretti con i Khmer Rouge. Nel 1983, il governo Thatcher inviò lo Special Air Service (Sas) ad addestrare la «coalizione» nella tecnologia sulle mine antiuomo – nel paese più disseminato di mine al mondo, con l’eccezione dell’Afghanistan. «Confermo» scrisse Margaret Thatcher al leader dell’opposizione Neil Kinnock, «che il governo britannico non è in alcun modo coinvolto nell’addestramento o nell’equipaggiamento delle forze Khmer Rouge o delle forze loro alleate, né ha collaborato con esse». Era una bugia sfacciata. Il 25 giugno 1991, il governo Major fu costretto ad ammettere davanti al parlamento che il Sas aveva segretamente addestrato la «coalizione».
Se la giustizia internazionale non è una farsa, coloro che parteggiarono con gli omicidi di massa di Pol Pot dovrebbero essere chiamati ad apparire davanti al tribunale di Phnom Penh: almeno, i loro nomi dovrebbero comparire nel registro dell’infamia.”

Se siete nati prima degli anni ’80, vi ricorderete il film di Roland Joffe , Urla del silenzio. Lo potete rivedere su questo sito cinese, in lingua originale.
Segnaliamo anche il libro di Tiziano Terzani Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia. Su RadioAlt trovate l’incipit.

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