Concausa


Piccola rassegna italo-colombiana
3 maggio 2009, 13:29
Filed under: Colombia, Cose italiane | Tag: ,
Concierto de Rock al parque. Bogota, Colombia.

Concierto de Rock al parque. Bogota, Colombia.

Più italo che colombiana, a dire la verità, perché condividiamo con voi parti enormi degli articoli pubblicati su ilmanifesto il 30.04 che ci “introducono” la visita ufficiale di Uribe in Italia.

Il comune sentire di due leader discussi. Alvaro U. e Silvio B.
di Guido Piccoli

Ai più che sostengono la fesseria che la violenza in Colombia derivi dallo scontro tra «democrazia e terrorismo» o che dipenda dalla droga, il caloroso invito di Berlusconi a Uribe appare normale. Ai molti che conoscono il marciume del regime colombiano appare invece osceno che Berlusconi individui in Uribe un campione di «governabilità sotto la minaccia del terrorismo» e che per giunta lo proponga in questa veste al prossimo G8.
In realtà, non c’è molto da sorprendersi. Berlusconi e Uribe hanno parecchio in comune. Sono gli orfani più nostalgici di George W. Bush. Godono di un’alta popolarità, pur gonfiata e ottenuta con mezzi diversi, illeciti o controversi. Autoritari per natura, entrambi – chi più e chi meno – vedono un intralcio nelle regole basilari della democrazia e soprattutto odiano quella parte di magistratura che non sono riusciti ad asservire.
Ma anche l’Italia e la Colombia hanno molto in comune. Ad esempio, una sottomissione agli Usa quasi imbarazzante e poco riscontrabile in altri paesi e poi un’incidenza notevole delle mafie nella società e soprattutto nelle istituzioni. Da un decennio a questa parte, Italia e Colombia si assomigliano di più. O meglio, è l’Italia ad essersi avvicinata, e molto, alla Colombia e non solo nell’edificazione di un paese ancora più ingiusto. (…)
Tante e tali affinità elettive hanno spinto Bogotà a fare dell’Italia il ricettacolo di delinquenti, amici di paramilitari, come l’ex ambasciatore Luis Camilo Osorio o l’ex console a Milano, Jorge Noguera. Alla Farnesina, chiunque fosse il ministro, nessuno ha battuto ciglio alla lettura dei loro curriculum.
Sulla corte di Uribe quindi, in patria e fuori, dentro e fuori il parlamento, nelle istituzioni, nei governi locali, nelle caserme, si staglia l’ombra dei paramilitari (che poi, in Colombia, rappresentano anche i moderni narcos). E tutte le indagini, qualunque sia il loro esito, coinvolgono sempre, direttamente o meno, Alvaro Uribe, così come tutte le confessioni fatte dai capi paramilitari. Nell’ultima, l’erede di Pablo Escobar a Medellín, Diego Fernando Murillo Bejarano, detto «don Berna», ha ammesso l’appoggio politico ed economico delle Autodefensas nella campagna presidenziale di Uribe. «Mentono, la loro parola non vale niente, come si fa a credere a dei criminali?» hanno, in ogni occasione, affermato Uribe e i suoi, allo stesso modo come hanno sempre accusato i difensori dei diritti umani, i giornalisti, i sindacalisti e i politici d’opposizione di prestarsi al gioco della guerriglia. Quando è stato necessario, sono stati utilizzati altri sistemi per tappare le bocche. L’ultimo ad essere ammazzato a Medellín, una settimana fa, è stato Francisco Villalba (un paramilitare ritenuto un maestro nello squartare le vittime), che aveva accusato Uribe e suo fratello Santiago di essere tra i mandanti del massacro di 15 contadini nell’ottobre 1997 a El Aro, nel dipartimento di Antioquia. Benchè fosse stato condannato a 33 anni di carcere, circa un mese fa gli erano stati concessi – stranamente – gli arresti domiciliari per «motivi di salute».
Da qualunque prospettiva si guardi la sua presidenza, ad eccezione di quella inspiegabilmente reticente proposta nei suoi tour da Ingrid Betancourt, Uribe appare il leader di una schiera di delinquenti, poco importa se in giacca e cravatta o in tuta mimetica. E’ singolare che a Roma si ritenga che, pur con metodi un po’ sbrigativi, abbia qualcosa da insegnare riguardo alla «governabilità sotto la minaccia del terrorismo». Sarebbe più giusto considerarlo un fallito.
Nel 2002 vinse le elezioni col visto di Washington, grazie all’appoggio di tutta l’oligarchia (quella tradizionale e quella parvenù e mafiosa), al terrore delle Autodefensas e proclamando la promessa di sbaragliare in pochi mesi le Farc. Quando si rese conto che non avrebbe potuto mantenerla, fece modificare in maniera fraudolenta la Costituzione per farsi rieleggere ed avere altri quattro anni di tempo. Così come adesso ne sta chiedendo altri quattro. Più che un obiettivo, la sua è un’ossessione ben lontana dall’essere soddisfatta, nonostante i colpi assestati nell’ultimo anno. La declamata «sicurezza democratica» di Uribe beneficia solo i pochi ricchi che possono più tranquillamente raggiungere le loro ville nei week-end, a discapito della massa dei contadini che continuano a dover fuggire dalle loro casupole visto che, ad esempio, nel 2008 gli sfollati per la violenza sono aumentati del 40% rispetto agli anni precedenti. E, oltre tutto, la presunta «sicurezza democratica» ha costi immensi: non solo perché assorbe quasi un quinto del budget nazionale, ma anche per le perdite in vite umane, dei combattenti di entrambi i fronti, e per la decomposizione morale che, a causa della politica di ricompensa di Uribe, ha trasformato i soldati in spregevoli assassini di migliaia di innocenti.
Ma queste sono news che nei palazzi del potere romano, come nei giornali italiani, non sono mai arrivate.

IL COLOMBIANO di Simone Bruno
L’Italia riceve Uribe, campione di scandali

(…) Pochi governi al mondo sono stati travolti da tanti scandali quanto i governi Uribe: il record si riferisce sia al numero che alla loro gravità. Tanti da non ricordarsene. La sua elezione favorita dai paramilitari e la rielezione comprata a suon di regali. Paramilitari ricevuti in segreto nel Palazzo per complottare contro la Corte suprema di giustizia. Metà dei congressisti che l’appoggiano (tra i quali suo cugino) implicati nella parapolitica. Ambasciate usate per evitare la galera ai fedelissimi. Servizi segreti usati per spiare giudici, opposizione e giornalisti. I suoi figli che si arricchiscono grazie ai suoi dipendenti. Il fratello giudice del suo ministro degli interni finito in galera per mafia. Un paio di migliaia di giovani fatti fuori dall’esercito per rimpinguare i numeri della guerra alle guerriglie e farsi pagare la ricompensa, proprio come accadeva nel Far West. Fujimori, al suo confronto, è un angelico statista illuminato.
Ossessionato dal proposito di sconfiggere la guerriglia, a Uribe tutto sembra lecito. Anche governare con la logica della barricata: «O con me o contro di me, e quindi con le Farc». Da qui il suo gridare contro il nemico, il difendersi attaccando, aumentando sempre la posta in gioco, senza nessuna autocritica come un giocatore di blackjack che, persa la posta, raddoppia la giocata sperando di rifarsi, fino a quando non ha più nulla da scommettere. In questo caso, la sua popolarità, che persino i sempre compiacenti istituti di sondaggio sostengono in calo impressionante.
A livello internazionale va anche peggio. La Corte penale internazionale sta studiando con attenzione il caso colombiano. I giudici Luis Moreno Ocampo e Baltasar Garzón si stanno interessando soprattutto allo scandalo della parapolitica che riguarda soprattutto i legami tra i seguaci di Uribe e i capi delle Autodefensas Unidas. Quello che ha attratto i due importanti giudici non sono tanto le indagini realizzate dalla Corte suprema di giustizia quanto gli attacchi scagliati dal palazzo presidenziale contro i giudici.
Si tratta, tra gli altri, degli scandali noti col nome dei loro protagonisti, «Tasmania» e «Job». Tasmania è un paramilitare che nell’ottobre del 2007 scrisse una lettera a Uribe informandolo che alcuni giudici volevano comprare la sua testimonianza per incastrarlo. Si accese uno scontro devastante tra il potere esecutivo e quello giudiziario: i giornali parlarono di uno «scontro di treni». Nel giugno del 2008 Tasmania ritrattò le accuse, confessando di essere stato imbeccato dal suo avvocato per conto di Santiago e Mario Uribe (oggi in galera per la parapolitica), rispettivamente fratello e cugino del presidente che sostenne che tutto fosse accaduto a sua insaputa. Job invece è il soprannome di un paramilitare che si riunì alcune volte e clandestinamente nei sotterranei del palazzo presidenziale con due alti funzionari presidenziali per complottare contro la Corte suprema (pochi mesi fa Job è stato ucciso da due sicari in moto). Anche in questo casi, secondo Uribe, tutto sarebbe avvenuto a sua insaputa.
I giudici della Corte suprema sono anche tra i principali obiettivi di una serie di intercettazioni illegali realizzate dal Das (Dipartimento administrativo de seguridad), il servizio segreto alle dirette dipendenze del presidente. Il Das spiava un po’ tutti: magistrati incaricati delle indagini sulla parapolitica, politici dell’opposizione, giornalisti dei più importanti mezzi di comunicazione, alti prelati, giudici della corte suprema di giustizia, ong, sindacalisti, generali e anche membri del governo. E lo faceva da sei anni, guarda caso in piena era Uribe. E, naturalmente, a sua insaputa. Durante la sua presidenza, sono caduti in disgrazia ben quattro direttori del Das, compreso Jorge Noguera accusato, tra le altre cose, di essere il mandante di 24 omicidi e di aver usato l’istituzione per operazioni di riciclaggio di denaro sporco. Prima di tentare di salvarlo, spedendolo al consolato di Milano, Uribe affermò di «mettere la mano sul fuoco» sulla sua innocenza.
Quella delle intercettazioni illegali durante l’era Uribe, è un vizietto anche della polizia. Lo scandalo costò nel 2007 il posto a 11 suoi generali, fatto senza precedenti e, come da copione, finito nel nulla. A dirigere la polizia, è stato richiamato il fido generale Oscar Naranjo, ritiratosi anni fa per l’arresto del fratello in Germania per narcotraffico. Di problemi in famiglia ne ha avuti anche l’attuale ministro degli interni Fabio Valencia Cossio (ed ex ambasciatore a Roma): il fratello Guillermo, giudice a Medellín, è finito in carcere per aver aiutato le strutture mafiose locali.
Tra gli intercettati illustri da parte del Das e della polizia c’erano anche i magistrati della Corte costituzionale, e proprio mentre decidevano la costituzionalità della riforma che avrebbe permesso a Uribe di farsi rieleggere nel 2006. La rielezione ricorda un altro scandalo, quello della «Yidis Politica» dal nome della ex parlamentare Yidis Medina, che raccontò di come il presidente e i suoi consiglieri le avessero promesso benefici economici e politici in cambio del suo voto, risultato poi decisivo per l’approvazione della legge che permise ad Uribe di ricandidarsi. La stessa Medina, sentitasi poi defraudata, uscì allo scoperto, meritandosi un processo e una condanna per essersi fatta corrompere. Mentre i corruttori – secondo la Medina, l’attuale ambasciatore in Italia Sabas Pretelt de La Vega, al tempo ministro degli interni, e Diego Palacio, attuale ministro della protezione sociale – l’hanno finora fatta franca.
Premiare con incarichi diplomatici i servitori fedeli caduti in disgrazia è un’abitudine di Uribe. Oltre al caso di Jorge Noguera spedito a Milano, vanno ricordati i processi contro le ex ambasciatrici in Ecuador e Brasile, contro l’attuale ambasciatore in Messico (ed ex ambasciatore in Italia) Luis Camilo Osorio, considerato l’artefice dell’impunità del paramilitarismo per molti anni, contro Salvador Arana, passato dall’ambasciata cilena alla latitanza con l’accusa di omicidio, contro Juan José Chaux, che ha dovuto rinunciare all’ambasciata nella Repubblica Dominicana perché implicato nello scandalo Job e sostituito dall’ex comandante dell’esercito Mario Montoya, costretto alle dimissioni per lo scandalo dei falsos positivos. Cioè, per un sistema inventato da Uribe, che fa parte della cosiddetta «seguridad democratica», e che comporta premi per chi uccide i nemici: soldi, licenze e rapide carriere nell’arma per i superiori. Un sistema che parve subito funzionare facendo felici i soldati, il ministro della difesa Santos e il presidente che vantava i risultati ai quattro venti. Peccato che i morti non risultassero banditi o guerriglieri, ma ragazzini attirati con la scusa di un lavoro, portati in regioni di conflitto, vestiti da guerriglieri, uccisi e sepolti come N.N. in fosse comuni.
Quando scoppiò lo scandalo, Uribe sostenne che i giovani ammazzati non fossero innocenti: «Se sono andati da quelle parti non è certo per raccogliere caffè». Poi ammise che qualcosa non funzionava, facendo destituire una ventina di alti ufficiali che finirono alla berlina, ma non in galera. E sostiene ancora adesso, che tutto sarebbe successo «a sua insaputa».
Per finire, l’ultimo scandalo che riguarda Tom & Jerry, Tómas e Jerónimo Uribe, i figli del presidente che, nonostante la giovane età, appaiono degli impresari dal grande fiuto. Peccato che questo dipenda dalla solerzia di alcuni funzionari del governo che li hanno resi milionari dall’oggi al domani, trasformando in zona franca alcuni terreni che i due avevano comprato a prezzi stracciati. Anche in questo caso, il papà si dice ignaro. Ancora una volta, tutto sarebbe successo «a sua insaputa».

Qui anche Diritti umani violati, torture, impunità: ecco l’Uribe ricevuto da Berlusconi di Franco Ippolito del 01.05 e qui CHI È ÁLVARO URIBE, OSPITE OGGI DI SILVIO BERLUSCONI E JOSEPH RATZINGER di Gennaro Carotenuto su latinoamerica.it. E, inoltre, El Papa y Uribe, juntos por tercera vez su elespectador.com; Presidente Se Reúne Hoy Con Berlusconi Y El Papa Empresarios De España Apoyan Nueva Reelección su eltiempo.com e Uribe buscó ayuda divina su elmundo.com .

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