Concausa


E i ghiacciai si scioglieranno ancora più in fretta
12 maggio 2009, 15:24
Filed under: Asia, Poesia | Tag: ,
ph. Claude Renault - Market. Gulbarga. Karnataka.

ph. Claude Renault - Market. Gulbarga. Karnataka.

La forza della poesia

“Forse la storia del ghiacciaio Siachen, il campo di battaglia più alto del mondo, è la metafora migliore della follia dei nostri tempi. Qui sono stati schierati migliaia di soldati indiani e pachistani, costretti a sopportare il vento gelido e temperature che arrivano a meno quaranta. In quest’area sono morti centinaia di soldati, uccisi dal freddo, fiaccati dai geloni e dalle ustioni solari.
Il ghiacciaio ormai è diventato una discarica ingombra di relitti: migliaia di bossoli d’artiglieria, bidoni di carburante vuoti, piccozze, vecchi scarponi, tende e ogni altro genere di residuo bellico prodotto da migliaia di esseri umani. Questi rifiuti restano lì, conservati dalle temperature bassissime, monumento alla follia dell’uomo. Mentre il governo indiano e quello pachistano spendono miliardi di dollari in armi e nella logistica per la guerra d’alta quota, il campo di battaglia ha ricominciato a sciogliersi. Oggi le sue dimensioni si sono già ridotte della metà. Lo scioglimento non ha a che fare con i combattimenti. E’ dovuto soprattutto alle persone che vivono dall’altra parte del mondo e conducono una vita lussuosa. Brave persone, che credono nella pace, nella libertà di parola e nei diritti umani. Persone che vivono in ricche democrazie, i cui governi hanno un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, con un’economia molto dipendente dalle esportazioni belliche e dalla vendita di armi a paesi come India e Pakistan (e Ruanda, Sudan, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Iraq… l’elenco è lungo).
Lo scioglimento dei ghiacci provocherà gravi inondazioni nel subcontinente, seguite da una siccità che sconvolgerà la vita di milioni di persone. Tutto questo fornirà altre ragioni per combattere. Serviranno altre armi.
Chissà, forse la fedeltà del consumatore al fornitore è proprio quello che serve al mondo per superare la recessione degli ultimi mesi. E così tutti gli abitanti delle ricche democrazie vivranno ancora meglio e i ghiacciai si scioglieranno ancora più in fretta.
Mentre parlavo al pubblico concentrato e teso che riempiva l’auditorium di un’università di Istanbul (teso perché parole come “unità”, “progresso”, “genocidio” e “armeni” tendono a far infuriare le autorità turche quando sono pronunciate una vicino all’aaltra), vedevo in prima fila Rakel Dink, la vedova di Hrant, che piangeva ininterrottamente. Alla fine mi ha abbracciato e ha detto “Noi continuiamo a sperare. Ma perché continuiamo a sperare?”. “Noi”, ha detto. Non “voi”.
Mi sono venuti in mente i versi di Faiz Ahmed Faiz, cantati dalla bella voce di Abida Parveen: nahin nigah main manzil to justaju hi sabi/nahim wisaal mayassar to arzu hi sahi.
Ho cercato di tradurli (alla meglio) a Rakel: se i sogni sono ostacolati, allora il desiderio deve prenderne il posto/se il ricongiungersi è impossibile, allora la brama deve prenderne il posto.
Capite cosa intendo quando parlo di poesia?”

da Il tramonto della democrazia di Arundhati Roy
pubblicato sul numero 794 di Internazionale.

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