Concausa


El viejo luchador Pepe (e le parole di Galeano)
1 dicembre 2009, 21:48
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José Mujica, detto Pepe, è il nuovo presidente dell’Uruguay.

Uruguay, Pepe Mujica è il nuovo presidente, su peacereporter.
In Uruguay Josè Mujica presidente, su La Stampa.
Uruguay: l’ex guerrigliero. Mujica eletto presidente sul Corriere.

Eduardo Galeano – teleSUR (da leadership a friendship, da carità a solidarietà)

(… anche sull’Italia e il populismo)

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… pero no cambia mi amor por mas lejo que me encuentre
8 ottobre 2009, 10:45
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Riportiamo ampi stralci dell’articolo di Sebastián Lacunza pubblicato su il manifesto il 06.10.2009 intitolato LA VOZ – La Mercedes del popolo. E ci aggiungiamo qualche link…

“Una folla in lacrime ha reso omaggio a La Negra, come veniva chiamata la cantante argentina Mercedes Sosa. Simbolo della lotta alla dittatura, si schierò contro i militari, fu arrestata e poi costretta all’esilio a Parigi. Tornata nel 1982, affrontò la desolazione del momento con «Solo le pido a Dios». L’ultimo album è «Cantora, un viaje intimo»
Le strade di Buenos Aires erano bagnate dopo una notte di tormenta, ma ieri mattina erano ancora piene di uomini e donne che si accalcavano per rendere l’ultimo omaggio a Mercedes Sosa, il cui corpo era vegliato nella camera ardente montata nel Congresso. «La Negra», come era conosciuta, icona per antonomasia della musica popolare latino-americana e dell’impegno contro tutte le dittature, era morta più di 24 ore prima, alle 5 e un quarto della mattina di domenica e il popolo, a decine di migliaia e molti di loro «morochos» dalla carnagione scura dell’Argentina profonda, era accorso silenzioso per il commiato.
Il feretro di Mercedes sarebbe stato poi salutato da cantanti di tutte le epoche e da una moltitudine nel tragitto dal Congresso alla Chacarita, il maggior cimitero della capitale argentina. Dai balconi gettavano fiori e sventolavano fazzoletti d’addio. Lacrime non solo qui a Buenos Aires. Era morta un’interprete ineguagliabile della musica popolare dell’America latina, e ancor di più. Lei stessa aveva detto poco tempo fa che i premi e gli allori ricevuti nel mondo «non sono solo perché canto ma anche perché penso. Penso agli esseri umani, penso alle ingiustizie. Credo che se io non avessi pensato a queste cose, il mio destino sarebbe stato un altro. Non mi sono sbagliata quando ho cominciato a pensare ideologicamente». (…)
Su richiesta della Negra, le sue ceneri saranno disperse nei tre estremi dell’Argentina: Tucuman, la provincia in cui nacque il 9 luglio del 1935, la capitale culturale del nord argentino e culla dei volti dai tratti indigeni come quelli di Mercedes; Mendoza, alla frontiera con il Cile, la provincia in cui insieme al suo ex-marito Manuel Matus e Armando Tejada Gomez diede nuova vita alla musica folcloristica negli anni ’60; e Buenos Aires, la città che le diede una proiezione mondiale.
Il destino ha voluto che nella notte di domenica, poche ore dopo la morte di Mercedes Sosa, nella piazza centrale di Tucuman fosse in programma un concerto con Leon Gieco, autore di una canzone che la voce della Negra rese un inno all’umanità. Il concerto di Gieco si è trasformato inevitabilmente in un commosso omaggio a sua «sorella, madre e amica» quando lui e tutta la piazza hanno intonato le parole della canzone: «Solo le pido a Dios/ que el engaño no me sea indiferente./Si un traidor puede mas que unos cuantos/ que esos cuantos no lo olviden facilmente».
Rodolfo Braceli, biografo di Mercedes, le chiese una volta di definire in tre parole la sua infanzia a Tucuman: «Né tre né due, ma una: felicità», per poi spiegare che la povertà della sua casa natale non aveva mai significato la perdita della speranza. Un altro mondo.
La musica popolare è parte integrante della vita quotidiana delle famiglie e delle scuole del nord argentino. Mercedes lasciò Tucuman come maestra di danze folcloristiche e, dalla fine degli anni ’50, Mendoza la trovò già identificata nel comunismo.
Lei stessa raccontò che il mitico cantante Jorge Cafrune nel ’65 l’adottò artisticamente, vinse pregiudizi e l’introdusse nei piani alti della musica popolare. Sarà stato per quello che Mercedes aprì la strada negli anni successivi a decine di cantanti che oggi la piangono. Era felice e senza remore quando sul palco poteva duettare con i suoi compagni: lo fece con oscuri cantanti locali e con gente del calibro di Charly Garcia, Fito Paes, Juan Manuel Serrat, Ariel Ramirez, Victor Heredia, Silvio Rodriguez, Pablo Milanes, Joaquin Sabina, Teresa Parodi, Chico Buarque, Caetano Veloso, Milton Nascimento e Luciano Pavarotti.
Tucuman, provincia devastata e traumatizzata dalla dittatura del ’76-’83, sarebbe rimasta il punto di riferimento della sua vita. Nei suoi toni, nella naturalezza delle sue reazioni, nel suo repertorio (bisogna risentire Luna tucumana di Atahualpa Yupanki), nel poncho colorato e nei suoi ricordi.
In esilio negli anni ’70 e ’80, scelse un auto-esilio dalla sua provincia natale una volta tornata la democrazia, quando negli anni ’90 i traumi del passato spinsero la società tucumana a eleggere con il voto il genocida Antonio Domingo Bussi (oggi condannato all’ergastolo) come governatore.
La crescita della sua fama nella decade dei ’70 fu inarrestabile, però il suo repertorio, con canzoni di Violeta Parra, Armando Tejada Gomez, Eduardo Fallù, Atahualpa e Cesar Isella, diventava sempre più scomodo per quegli anni di dittature. Quando arrivò il golpe anche in Argentina, rimase nel paese fin quando fu arrestata, nel ’79, dopo un recital a La Plata. Poi andò in esilio.
In questi giorni, la tv ha rimesso in onda un concerto intimo e bellissimo (ritrovabile in youtube cercando «Mercedes Sosa La cigarra»). Magra, giovane, malinconica, triste la si vede mentre intona, in Svizzera davanti a un pubblico silenzioso, in pieno esilio, la canzone di Maria Estela Walsh che dice: «Tantas veces me borraron/ tantas desaparecì,/ A mi proprio entierro fui/ sola y llorando./ Hice un nudo en el pañuelo/ pero me olvidé despues/ que no era la unica vez,/ y volvì cantando».
Nel 1982 l’Argentina contava già 30 mila desaparecidos, e fra loro una buona parte dei suoi intellettuali e dei suoi sindacalisti più combattivi. Le isole Malvine avevano significato la sconfitta più crudele davanti agli inglesi. Circa 800 ragazzini poveri di provincia avevano lasciato la vita in quella assurda guerra nel sud. La società era spezzata, mai più si sarebbe recuperato i livelli accettabili di eguaglianza sociale che aveva portato il peronismo. Gran parte della classe media cominciava a rendersi conto dell’orrore che non aveva voluto vedere, e che anzi aveva appoggiato. Come affrontare una simile desolazione?
Uno dei modi fu ascoltare Mercedes Sosa che cantava Solo le pido a Dios al teatro dell’Opera della calle Corrientes, a pochi metri dall’obelisco di Buenos Aires.
Era irrefrenabile. Negli anni seguenti, in democrazia, percorse il mondo davanti a teatri sempre gremiti. Roma, New York, Berlino, Tel Aviv. Prima, però, si lanciò a testa bassa contro le dittature del continente. Lo stadio Centenario di Montevideo l’accolse trionfalmente nell ’83. Qualche anno dopo fu la volta di Santiago del Cile, dove si ricompose idealmente il duetto con Violeta Parra. Tuttavia l’esilio aveva lasciato una ferita irrimarginabile in Mercedes. Racconta suo figlio Fabian che la Negra lo chiamava da Madrid sull’orlo del suicidio, e 15 anni dopo il ritorno entrò in una depressione profonda, che lei stessa attribuì all’esilio. Ne uscì cantando, come La cigarra.”

“Tantas veces me mataron,
tantas veces me morí,
sin embargo estoy aquí
resucitando.
Gracias doy a la desgracia
y a la mano con puñal,
porque me mató tan mal,
y seguí cantando”.

“Te vas Alfonsina
Con tu soledad
¿Qué poemas nuevos
Fuíste a buscar?
Una voz antigüa
De viento y de sal
Te requiebra el alma
Y la está llevando
Y te vas hacia allá
Como en sueños
Dormida, Alfonsina
Vestida de mar”.



Ma non aveva l’influenza?
3 settembre 2009, 20:27
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Lois Stavsky - Bogota Stencil Art

Lois Stavsky - Bogota Stencil Art


Alvaro Uribe si ricandida. Anche col virus H1N1.

“Il presidente colombiano Alvaro Uribe Velez vede sempre più vicina la possibilità di ottenere il suo terzo mandato di fila. La Camera dei Rappresentanti del Congresso colombiano ha infatti dato oggi il via libera alla convocazione di un referendum con il quale i cittadini potrebbero decidere una modifica della costituzione che di fatto ammetterebbe la ricandidatura di Uribe. Dopo una sessione fiume di quindici ore il provvedimento è stato approvato con 85 voti favorevoli – superando di una sola lunghezza il quorum previsto per la validità della votazione – e tra le polemiche dei maggiori partiti di opposizione: il partito Liberale e il Polo Democratico Alternativo. Queste due forze politiche, ascoltate dall’assemblea, hanno denunciato presunte manovre illegali che il presidente starebbe conducendo per mantenersi al potere (…)”
testo tratto da Colombia, il Congresso dice si alla ricandidatura di Uribe pubblicato su peacereporter.net.

Maurizio Matteuzzi il 21 agosto 2008 ha scritto sul manifesto:
“Si vedrà ora quale sarà la reazione dei paesi democratici dell’occidente (America in testa), degli ultrà del liberalismo (alla Vargas Llosa) e dei media della sinistra super-light (tipo il madrileno El País o la nostrana Repubblica) sempre pronti a gridare al lupo quando si tratta di Chávez, di Morales o di Correa. Si vedrà presto cosa diranno di uno dei loro beniamini, il colombiano Álvaro Uribe, che sbava per essere rieletto nel 2010 per un terzo mandato consecutivo – che la costituzione proibisce – e restare altri 4 anni al palazzo Nariño di Bogotá. Naturalmente, anche lui, non per ambizione personale ma «per garantire la continuità della sua politica di sicurezza democratica». Che, facendo della Colombia il (praticamente unico) vassallo degli Stati uniti nel Cono sud – è solo di qualche giorno fa l’annuncio della concessione per 10 anni di ben 7 basi militari agli Usa per combattere «il narco-traffico e il terrorismo» – e facendone quello che Chávez ha definito «l’Israele dell’America latina» rispetto ai paesi dell’area, ha portato a qualche innegabile successo, come la liberazione di Ingrid Betancourt e l’uccisione di Raúl Reyes, il numero due delle Farc (molto indebolite).
L’altro ieri, in concomitanza con la notizia che il brasiliano Lula ha escluso per l’ennesima volta l’ipotesi di un terzo mandato nel 2010 (previa anche in Brasile la riforma della costituzione), il senato colombiano ha approvato il progetto di legge che convoca un referendum per approvare la riforma della costituzione e consentire il terzo mandato consecutivo. 56 i voti a favore, tutti provenienti dai 7 partiti della coalizione uribista, 2 i contrari, ma i senatori d’opposizione se ne erano andati per protesta contro quella che uno di loro, il liberale Juan Manuel Galán (figlio del candidato presidenziale assassinato nell’89), ha definito «il massacro della costituzione del ’91». Una costituzione peraltro già riformata da Uribe 5 anni fa – comprandosi i voti, come ha dimostrato la magistratura – per consentirgli un secondo mandato. Caustico anche il commento su Uribe di Gustavo Petro, leader del Polo Democático Alternativo (sinistra moderata): «In 8 anni non è stato capace di togliere lo Stato dalle mani delle mafie». In evidente riferimento alle «infiltrazioni» (eufemismo) dei para-militari – i grandi alleati di Uribe – nei gangli statali più vitali.
Finora Uribe faceva lo gnorri. Sembrava guardare da lontano le smanie dei suoi scudieri intenti a raccogliere le firme popolari necessarie per spingere il Congresso a votare la legge sul referendum (alla fine ne sono state raccolte più di 4 milioni). In maggio sembrava addirittura prendere le distanze: il terzo mandato «mi sembra sconveniente perché perpetua il presidente e sul piano personale perché non vorrei apparire come uno aggrappato al potere». Tutto fumo. Martedì la legge sarà alla Camera, dove dovrebbe passare. Poi l’ultima parola spetterà alla Corte costituzionale, dove potrebbe trovare qualche difficoltà. E alla fine, per essere valido, il referendum dovrà registrare un’affluenza di almeno il 25% dell’elettorato (7.4 milioni, molti).”



Piccola rassegna italo-colombiana
3 maggio 2009, 13:29
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Concierto de Rock al parque. Bogota, Colombia.

Concierto de Rock al parque. Bogota, Colombia.

Più italo che colombiana, a dire la verità, perché condividiamo con voi parti enormi degli articoli pubblicati su ilmanifesto il 30.04 che ci “introducono” la visita ufficiale di Uribe in Italia.

Il comune sentire di due leader discussi. Alvaro U. e Silvio B.
di Guido Piccoli

Ai più che sostengono la fesseria che la violenza in Colombia derivi dallo scontro tra «democrazia e terrorismo» o che dipenda dalla droga, il caloroso invito di Berlusconi a Uribe appare normale. Ai molti che conoscono il marciume del regime colombiano appare invece osceno che Berlusconi individui in Uribe un campione di «governabilità sotto la minaccia del terrorismo» e che per giunta lo proponga in questa veste al prossimo G8.
In realtà, non c’è molto da sorprendersi. Berlusconi e Uribe hanno parecchio in comune. Sono gli orfani più nostalgici di George W. Bush. Godono di un’alta popolarità, pur gonfiata e ottenuta con mezzi diversi, illeciti o controversi. Autoritari per natura, entrambi – chi più e chi meno – vedono un intralcio nelle regole basilari della democrazia e soprattutto odiano quella parte di magistratura che non sono riusciti ad asservire.
Ma anche l’Italia e la Colombia hanno molto in comune. Ad esempio, una sottomissione agli Usa quasi imbarazzante e poco riscontrabile in altri paesi e poi un’incidenza notevole delle mafie nella società e soprattutto nelle istituzioni. Da un decennio a questa parte, Italia e Colombia si assomigliano di più. O meglio, è l’Italia ad essersi avvicinata, e molto, alla Colombia e non solo nell’edificazione di un paese ancora più ingiusto. (…)
Tante e tali affinità elettive hanno spinto Bogotà a fare dell’Italia il ricettacolo di delinquenti, amici di paramilitari, come l’ex ambasciatore Luis Camilo Osorio o l’ex console a Milano, Jorge Noguera. Alla Farnesina, chiunque fosse il ministro, nessuno ha battuto ciglio alla lettura dei loro curriculum.
Sulla corte di Uribe quindi, in patria e fuori, dentro e fuori il parlamento, nelle istituzioni, nei governi locali, nelle caserme, si staglia l’ombra dei paramilitari (che poi, in Colombia, rappresentano anche i moderni narcos). E tutte le indagini, qualunque sia il loro esito, coinvolgono sempre, direttamente o meno, Alvaro Uribe, così come tutte le confessioni fatte dai capi paramilitari. Nell’ultima, l’erede di Pablo Escobar a Medellín, Diego Fernando Murillo Bejarano, detto «don Berna», ha ammesso l’appoggio politico ed economico delle Autodefensas nella campagna presidenziale di Uribe. «Mentono, la loro parola non vale niente, come si fa a credere a dei criminali?» hanno, in ogni occasione, affermato Uribe e i suoi, allo stesso modo come hanno sempre accusato i difensori dei diritti umani, i giornalisti, i sindacalisti e i politici d’opposizione di prestarsi al gioco della guerriglia. Quando è stato necessario, sono stati utilizzati altri sistemi per tappare le bocche. L’ultimo ad essere ammazzato a Medellín, una settimana fa, è stato Francisco Villalba (un paramilitare ritenuto un maestro nello squartare le vittime), che aveva accusato Uribe e suo fratello Santiago di essere tra i mandanti del massacro di 15 contadini nell’ottobre 1997 a El Aro, nel dipartimento di Antioquia. Benchè fosse stato condannato a 33 anni di carcere, circa un mese fa gli erano stati concessi – stranamente – gli arresti domiciliari per «motivi di salute».
Da qualunque prospettiva si guardi la sua presidenza, ad eccezione di quella inspiegabilmente reticente proposta nei suoi tour da Ingrid Betancourt, Uribe appare il leader di una schiera di delinquenti, poco importa se in giacca e cravatta o in tuta mimetica. E’ singolare che a Roma si ritenga che, pur con metodi un po’ sbrigativi, abbia qualcosa da insegnare riguardo alla «governabilità sotto la minaccia del terrorismo». Sarebbe più giusto considerarlo un fallito.
Nel 2002 vinse le elezioni col visto di Washington, grazie all’appoggio di tutta l’oligarchia (quella tradizionale e quella parvenù e mafiosa), al terrore delle Autodefensas e proclamando la promessa di sbaragliare in pochi mesi le Farc. Quando si rese conto che non avrebbe potuto mantenerla, fece modificare in maniera fraudolenta la Costituzione per farsi rieleggere ed avere altri quattro anni di tempo. Così come adesso ne sta chiedendo altri quattro. Più che un obiettivo, la sua è un’ossessione ben lontana dall’essere soddisfatta, nonostante i colpi assestati nell’ultimo anno. La declamata «sicurezza democratica» di Uribe beneficia solo i pochi ricchi che possono più tranquillamente raggiungere le loro ville nei week-end, a discapito della massa dei contadini che continuano a dover fuggire dalle loro casupole visto che, ad esempio, nel 2008 gli sfollati per la violenza sono aumentati del 40% rispetto agli anni precedenti. E, oltre tutto, la presunta «sicurezza democratica» ha costi immensi: non solo perché assorbe quasi un quinto del budget nazionale, ma anche per le perdite in vite umane, dei combattenti di entrambi i fronti, e per la decomposizione morale che, a causa della politica di ricompensa di Uribe, ha trasformato i soldati in spregevoli assassini di migliaia di innocenti.
Ma queste sono news che nei palazzi del potere romano, come nei giornali italiani, non sono mai arrivate.

IL COLOMBIANO di Simone Bruno
L’Italia riceve Uribe, campione di scandali

(…) Pochi governi al mondo sono stati travolti da tanti scandali quanto i governi Uribe: il record si riferisce sia al numero che alla loro gravità. Tanti da non ricordarsene. La sua elezione favorita dai paramilitari e la rielezione comprata a suon di regali. Paramilitari ricevuti in segreto nel Palazzo per complottare contro la Corte suprema di giustizia. Metà dei congressisti che l’appoggiano (tra i quali suo cugino) implicati nella parapolitica. Ambasciate usate per evitare la galera ai fedelissimi. Servizi segreti usati per spiare giudici, opposizione e giornalisti. I suoi figli che si arricchiscono grazie ai suoi dipendenti. Il fratello giudice del suo ministro degli interni finito in galera per mafia. Un paio di migliaia di giovani fatti fuori dall’esercito per rimpinguare i numeri della guerra alle guerriglie e farsi pagare la ricompensa, proprio come accadeva nel Far West. Fujimori, al suo confronto, è un angelico statista illuminato.
Ossessionato dal proposito di sconfiggere la guerriglia, a Uribe tutto sembra lecito. Anche governare con la logica della barricata: «O con me o contro di me, e quindi con le Farc». Da qui il suo gridare contro il nemico, il difendersi attaccando, aumentando sempre la posta in gioco, senza nessuna autocritica come un giocatore di blackjack che, persa la posta, raddoppia la giocata sperando di rifarsi, fino a quando non ha più nulla da scommettere. In questo caso, la sua popolarità, che persino i sempre compiacenti istituti di sondaggio sostengono in calo impressionante.
A livello internazionale va anche peggio. La Corte penale internazionale sta studiando con attenzione il caso colombiano. I giudici Luis Moreno Ocampo e Baltasar Garzón si stanno interessando soprattutto allo scandalo della parapolitica che riguarda soprattutto i legami tra i seguaci di Uribe e i capi delle Autodefensas Unidas. Quello che ha attratto i due importanti giudici non sono tanto le indagini realizzate dalla Corte suprema di giustizia quanto gli attacchi scagliati dal palazzo presidenziale contro i giudici.
Si tratta, tra gli altri, degli scandali noti col nome dei loro protagonisti, «Tasmania» e «Job». Tasmania è un paramilitare che nell’ottobre del 2007 scrisse una lettera a Uribe informandolo che alcuni giudici volevano comprare la sua testimonianza per incastrarlo. Si accese uno scontro devastante tra il potere esecutivo e quello giudiziario: i giornali parlarono di uno «scontro di treni». Nel giugno del 2008 Tasmania ritrattò le accuse, confessando di essere stato imbeccato dal suo avvocato per conto di Santiago e Mario Uribe (oggi in galera per la parapolitica), rispettivamente fratello e cugino del presidente che sostenne che tutto fosse accaduto a sua insaputa. Job invece è il soprannome di un paramilitare che si riunì alcune volte e clandestinamente nei sotterranei del palazzo presidenziale con due alti funzionari presidenziali per complottare contro la Corte suprema (pochi mesi fa Job è stato ucciso da due sicari in moto). Anche in questo casi, secondo Uribe, tutto sarebbe avvenuto a sua insaputa.
I giudici della Corte suprema sono anche tra i principali obiettivi di una serie di intercettazioni illegali realizzate dal Das (Dipartimento administrativo de seguridad), il servizio segreto alle dirette dipendenze del presidente. Il Das spiava un po’ tutti: magistrati incaricati delle indagini sulla parapolitica, politici dell’opposizione, giornalisti dei più importanti mezzi di comunicazione, alti prelati, giudici della corte suprema di giustizia, ong, sindacalisti, generali e anche membri del governo. E lo faceva da sei anni, guarda caso in piena era Uribe. E, naturalmente, a sua insaputa. Durante la sua presidenza, sono caduti in disgrazia ben quattro direttori del Das, compreso Jorge Noguera accusato, tra le altre cose, di essere il mandante di 24 omicidi e di aver usato l’istituzione per operazioni di riciclaggio di denaro sporco. Prima di tentare di salvarlo, spedendolo al consolato di Milano, Uribe affermò di «mettere la mano sul fuoco» sulla sua innocenza.
Quella delle intercettazioni illegali durante l’era Uribe, è un vizietto anche della polizia. Lo scandalo costò nel 2007 il posto a 11 suoi generali, fatto senza precedenti e, come da copione, finito nel nulla. A dirigere la polizia, è stato richiamato il fido generale Oscar Naranjo, ritiratosi anni fa per l’arresto del fratello in Germania per narcotraffico. Di problemi in famiglia ne ha avuti anche l’attuale ministro degli interni Fabio Valencia Cossio (ed ex ambasciatore a Roma): il fratello Guillermo, giudice a Medellín, è finito in carcere per aver aiutato le strutture mafiose locali.
Tra gli intercettati illustri da parte del Das e della polizia c’erano anche i magistrati della Corte costituzionale, e proprio mentre decidevano la costituzionalità della riforma che avrebbe permesso a Uribe di farsi rieleggere nel 2006. La rielezione ricorda un altro scandalo, quello della «Yidis Politica» dal nome della ex parlamentare Yidis Medina, che raccontò di come il presidente e i suoi consiglieri le avessero promesso benefici economici e politici in cambio del suo voto, risultato poi decisivo per l’approvazione della legge che permise ad Uribe di ricandidarsi. La stessa Medina, sentitasi poi defraudata, uscì allo scoperto, meritandosi un processo e una condanna per essersi fatta corrompere. Mentre i corruttori – secondo la Medina, l’attuale ambasciatore in Italia Sabas Pretelt de La Vega, al tempo ministro degli interni, e Diego Palacio, attuale ministro della protezione sociale – l’hanno finora fatta franca.
Premiare con incarichi diplomatici i servitori fedeli caduti in disgrazia è un’abitudine di Uribe. Oltre al caso di Jorge Noguera spedito a Milano, vanno ricordati i processi contro le ex ambasciatrici in Ecuador e Brasile, contro l’attuale ambasciatore in Messico (ed ex ambasciatore in Italia) Luis Camilo Osorio, considerato l’artefice dell’impunità del paramilitarismo per molti anni, contro Salvador Arana, passato dall’ambasciata cilena alla latitanza con l’accusa di omicidio, contro Juan José Chaux, che ha dovuto rinunciare all’ambasciata nella Repubblica Dominicana perché implicato nello scandalo Job e sostituito dall’ex comandante dell’esercito Mario Montoya, costretto alle dimissioni per lo scandalo dei falsos positivos. Cioè, per un sistema inventato da Uribe, che fa parte della cosiddetta «seguridad democratica», e che comporta premi per chi uccide i nemici: soldi, licenze e rapide carriere nell’arma per i superiori. Un sistema che parve subito funzionare facendo felici i soldati, il ministro della difesa Santos e il presidente che vantava i risultati ai quattro venti. Peccato che i morti non risultassero banditi o guerriglieri, ma ragazzini attirati con la scusa di un lavoro, portati in regioni di conflitto, vestiti da guerriglieri, uccisi e sepolti come N.N. in fosse comuni.
Quando scoppiò lo scandalo, Uribe sostenne che i giovani ammazzati non fossero innocenti: «Se sono andati da quelle parti non è certo per raccogliere caffè». Poi ammise che qualcosa non funzionava, facendo destituire una ventina di alti ufficiali che finirono alla berlina, ma non in galera. E sostiene ancora adesso, che tutto sarebbe successo «a sua insaputa».
Per finire, l’ultimo scandalo che riguarda Tom & Jerry, Tómas e Jerónimo Uribe, i figli del presidente che, nonostante la giovane età, appaiono degli impresari dal grande fiuto. Peccato che questo dipenda dalla solerzia di alcuni funzionari del governo che li hanno resi milionari dall’oggi al domani, trasformando in zona franca alcuni terreni che i due avevano comprato a prezzi stracciati. Anche in questo caso, il papà si dice ignaro. Ancora una volta, tutto sarebbe successo «a sua insaputa».

Qui anche Diritti umani violati, torture, impunità: ecco l’Uribe ricevuto da Berlusconi di Franco Ippolito del 01.05 e qui CHI È ÁLVARO URIBE, OSPITE OGGI DI SILVIO BERLUSCONI E JOSEPH RATZINGER di Gennaro Carotenuto su latinoamerica.it. E, inoltre, El Papa y Uribe, juntos por tercera vez su elespectador.com; Presidente Se Reúne Hoy Con Berlusconi Y El Papa Empresarios De España Apoyan Nueva Reelección su eltiempo.com e Uribe buscó ayuda divina su elmundo.com .



Mariana
19 marzo 2009, 12:17
Filed under: Colombia | Tag: , , ,

In questo piccolo video la comandante Mariana Paez parla delle donne guerrigliere e, più in generale, della condizione delle donne in America Latina.
Racconta anche perché è entrata nelle FARC.
Era l’estate del 2000. Il Tavolo dei Dialoghi e Negoziati era riunito a Villa Nueva Colombia, nella frazione di Los Pozos, municipio di San Vicente del Caguán, e le telecamere erano ammesse. L’allora presidente Andrés Pastrana Arango cercava insieme alle FARC-EP una soluzione politica negoziata al conflitto colombiano.
All’inizio di Marzo, Mariana è morta in uno scontro a fuoco.

Colombia confirma la muerte de la mano derecha del jefe militar de las FARC, su elpais.com; ‘Mariana Páez’, de las Farc, murió en combate, su semana.com e La muerte de “Mariana Páez”, su indymedia.org.



EL SALVADOR: viene el cambio!
16 marzo 2009, 11:43
Filed under: America Latina | Tag: , ,

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Da El Savador, ex guerriglia al potere Vince l’ex giornalista della Cnn, da Unionesarda.it.

“Dopo tre tentativi falliti nel corso degli ultimi anni, il Fronte Farabundo Martì per la liberazione nazionale (Fmln) è riuscito a vincere le presidenziali in Salvador: alle elezioni di ieri, il candidato dell’ex guerriglia marxista, il giornalista Mauricio Funes, ha infatti battuto Rodrigo Avila, l’uomo sul quale aveva scommesso il partito della destra Arena (Alleanza repubblicana nazionalista), da vent’anni al potere. I dati elettorali (scrutinato il 90,4% dei voti, Funes ha ottenuto il 51,3%, Avila il 48,7%) hanno confermato i sondaggi delle ultime settimane, che hanno visto Funes sempre in testa davanti ad Avila (43 anni, ingegnere ed ex capo della polizia ed ex parlamentare), anche se negli ultimi giorni il sostegno a favore di Funes era diminuito.”

In Salvador vince il FMLN. La sinistra al potere dopo 20 anni di Arena su Asud.net.

Qui la web tv del nuovo presidente di El Salvador e qui il suo canale di youtube.
El Salvador su wikipedia.



Non si può piacere a tutti
15 marzo 2009, 19:20
Filed under: Colombia | Tag: , ,

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Ingrid ci rubava il cibo è il titolo dell’articolo di Alessandra Farkas apparso sul Corriere lo scorso 27 febbraio.

“Arrogante, egocentrica, ladra, scriteriata al punto da mettere a repentaglio le loro stesse vite, cercando di convincere i loro aguzzini che erano spie della Cia. E’ spietato il ritratto di Ingrid Betancourt che emerge dal libro Out of Captivity pubblicato ieri in America. Si tratta del volume di memorie edito da HarperCollins dove i tre militari americani detenuti assieme alla Betancourt dalla guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) si confessano. Nell’ autobiografia a tre mani di 457 pagine Keith Stansell, Thomas Howes e Marc Gonsalves ripercorrono i 1.967 giorni da incubo trascorsi nella giungla sudamericana infestata da insetti e parassiti letali, tra torture, marce forzate in catene e continue minacce di morte, fino alla loro miracolosa liberazione, il 2 luglio 2008, cinque anni e mezzo dopo la data del sequestro. Ma le rivelazioni più provocatorie del libro riguardano la 48enne attivista e politica franco-colombiana, rapita un anno prima di loro. «Era lei la padrona del gulag», punta il dito il 44enne Stansell, ex marine. «Ho visto con i miei stessi occhi mentre cercava di impadronirsi del campo con una arroganza fuori controllo. Gli aguzzini – aggiunge – ci trattavano meglio di lei». (…) Comunque sia, il libro ha tutte le carte in regola per diventare un bestseller. E non solo per le sue dettagliate descrizioni dei metodi definiti «da campo di concentramento» usati dalle Farc. «È un libro insolito», teorizza Keron Fletcher, uno psichiatra inglese esperto in ostaggi. «È molto inconsueto che un ex ostaggio critichi pubblicamente un altro ostaggio con cui ha condiviso un’ esperienza tanto traumatica. Chi sopravvive ad un trauma del genere tende a nascondere le eventuali tensioni della prigionia e fa di tutto per sostenersi a vicenda».”

Book Casts Harsh Light on Ex-Hostage in Colombia, sul New York Times e la notizia anche qui su peacerepoerter.net.

Dalle frequenze della radio svizzera, intanto, il diplomatico Noel Saez, mediatore francese della liberazione della Betancourt, ha dichiarato “Ho rischiato la vita per Ingrid Betancourt. Lei ha fatto il giro del mondo per ringraziare i grandi del pianeta, il papa, il presidente e altri, ma si è dimenticata di qualcuno, dei più piccoli, i più esposti, quelli che si sono assunti i rischi maggiori”. Anche Saez ha appena pubblicato un libro, questo. A quando quello della Betancourt?