Concausa


Perché partenza non neghi ritorno

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Ci lascia anche Gianfranco Mingozzi.
Un regista di cinema sì, aiuto di Federico Fellini e di René Clement, ma un documentarista prima di tutto.

“Gli animali battono con gli zoccoli un tempo che ha invisibili mutamenti”.
Salvatore Quasimodo, il poeta, accompagna con le sue parole le immagini di “La taranta” (1962).

Cecilia Mangini, prima donna regista sulla scena italiana del dopoguerra, su il manifesto di ieri ha raccontato il suo primo incontro “virtuale” con Mingozzi “Era il 1961, al festival di Lipsia Maria di Nardò faceva fascinosamente il suo ingresso sullo schermo dibattendosi per terra in preda al tarantismo al ritmo scatenato della meloterapia. Girare La taranta era stato il grande sogno di tutti i documentaristi demartiniani: lui c’era riuscito, io no, io a Galatina avevo dovuto rinunciare alle riprese, paralizzata dal no indiscutibile dell’arcivescovo di Otranto. Perché poi si dovesse chiedere proprio a un arcivescovo il permesso di girare in una chiesa sconsacrata oggi può sembrare un mistero irrisolvibile, purtroppo in mezzo secolo ci siamo dimenticati di come la Chiesa sapesse dimostrare a oltranza il suo potere. Di quanto lo dimostri oggi, sono piene le cronache italiane.
Scorrevano le immagini di uno dei più bei documentari della nostra cinematografia, e io ero lì in platea al Leipziger Kurzfilmwoche divisa tra l’ammirazione ed il rimpianto di non aver pensato alla straordinaria possibilità di riprendere la cura domiciliare di quel male millenario. Eppure, se mai vi capiterà di dare un’occhiata ai vari libri che ci sono stati dedicati, pagine e pagine discettano di noi, il cosiddetto «gruppo dei demartiniani», quei documentaristi che avevano dedicato uno o più lavori al Meridione e ai suoi problemi irrisolti, muovendosi sulla falsariga delle ricerche di Ernesto De Martino, il più grande etnologo italiano del Novecento. (…)
Tutti noi, «demartiniani» e no, tra la fine dei Cinquanta e i primi anni Sessanta ci sentivamo collegati tra di noi dalla comunanza dei progetti, dalla sfida alla censura, dalla necessità di fare sponda contro i troppi «arcivescovi di Otranto & C.» Lui, Gianfranco, si stava scontrando contro il produttore cinematografico più dispotico e Usadipendente, Dino De Laurentis. Era iniziata l’agonia del documentario e nessuno di noi aveva il coraggio di accorgersene. Peggio per noi. Siamo finiti non con un bang ma con un lamento.
Chi aveva il fiato lungo e l’energia e l’ostinazione di difendere la verità come bene primario nel suo rapporto con il pubblico ha detto malinconicamente addio al documentario e si è dato a scrivere sceneggiature, a girare film o inchieste per la tv (allora) di stato. Questa difesa Gianfranco l’ha portata avanti a oltranza, affidandola a dodici lungometraggi, e va bè, bravo a realizzarli, ma il merito, voglio sottolinearlo, voglio gridarlo ad alta voce è che nessuno di questi film, dico nessuno, è un cedimento alle esigenze commerciali, alla commedia all’italiana, ai «Natale, Ferragosto, Carnevale a…». Agendo con il rimpianto per il documentario in coma e con la testardaggine orgogliosa di sentirsi nato al cinema come documentarista”.

Sempre su il manifesto, Marco Bertozzi (in “Sguardo incantato sulla memoria”) dice che Mingozzi “oggi è un autore assolutamente da rivedere: nonostante avesse continuato l’esplorazione delle culture meridionali con Sud e magia (1978, 4 puntate) e Sulla terra del rimorso (1982, dove rivisita il tarantismo indagato vent’anni prima); nonostante sviluppasse l’attenzione a soggetti appartenenti al mondo del cinema – come L’ultima diva. Francesca Bertini (1982), La vela incantata (1982), Bellissimo. Immagini del cinema italiano (1985), Giorgia/Giorgio. Storia di una voce (2008), Noi che abbiamo fatto La dolce vita (2009, un tributo a quell’epoca, a Fellini, a quel film) – il mondo del cinema non lo ha accarezzato con lo stesso sguardo disponibile, con la stessa ricchezza di pathos che lui aveva riservato ai protagonisti, maggiori e minori, della settima arte. Ecco L’immagine esclusa. Per Mingozzi, nutrito di film sin dall’infanzia, nel cinema di provincia del padre, un vero paradosso.”

Qui di seguito l’intervento di Mingozzi al 24 Torino GLBT Film Festival – Da Sodoma a Hollywood.
Racconta il suo “Giorgio/Giorgia… storia di una voce”, un documentario sulla vita coraggiosa e controcorrente di Giorgia O’Brien (all’anagrafe Giorgio Montana) una delle più grandi dive del palcoscenico italiano degli anni Cinquanta e Sessanta.

“Da queste parti” Gianfranco Mingozzi lo ricordiamo anche per il suo rapporto di collaborazione con Lucia Drudi Demby, scrittrice e sceneggiatrice di numerosi suoi film, fra i quali La vela incantata, Gli ultimi tre giorni e L’appassionata.

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“Nella prospettiva di una nuova dimensione della quistione meridionale”
28 dicembre 2008, 17:34
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L’empatia DI DE MARTINO
VECCHI STRUMENTI UTILI PER LEGGERE NUOVI SIMBOLI

di Annamaria Rivera da Il Manifesto del 27.12.2008
Con dicembre se ne va anche il centenario della nascita del nostro più grande antropologo. Dalla articolazione delle sue analisi con l’impegno civile e politico un aiuto alla comprensione del proletariato agricolo, che oggi non è scomparso ma si è ricostituito grazie ai braccianti stranieri
«Solo più tardi, come militante della classe operaia nel Mezzogiorno d’Italia, mi resi conto che il ‘naturalismo’ della etnologia tradizionale si legava al carattere stesso della società borghese, che fra le condizioni di esistenza, per es. dei braccianti delle Murge e l’inerzia storiografica delle scritture etnologiche e folkloristiche vi era una connessione organica»: così scriveva Ernesto de Martino in un articolo del 1949, titolato «Intorno a una storia del mondo popolare subalterno». Il passo, fra i più citati, anticipa quello che sarà il tratto più saliente della sua biografia intellettuale, della sua ricerca, della scrittura: l’articolazione dell’analisi e della riflessione teorica con l’impegno civile e politico. Che non è solo l’ovvio corollario di uno studioso politicamente schierato, ma è anche una tra le condizioni della sua stessa etnografia, la quale, per non rimanere «inerte storiograficamente», deve farsi attraversare dalle «umane, dimenticate istorie» di quei subalterni per eccellenza che erano i contadini e i braccianti meridionali.
A de Martino interessava cambiare non solo il mondo, ma anche le sue rappresentazioni, e dunque il sapere dei folcloristi e degli etnologi. Quanto al tarantismo, che avrebbe indagato un decennio più tardi, intendeva sottrarlo alle interpretazioni di stampo positivista che l’avevano naturalizzato, per l’appunto, riducendolo a terapia magica creduta atta a curare i sintomi di una patologia reale, indotta dal morso di un aracnide velenoso, la taranta.
Appunti dal Salento
De Martino, invece, sulla base dell’osservazione diretta e di una vasta documentazione storico-etnografica, raccolta con un’équipe interdisciplinare, depatologizzò il tarantismo, ne dimostrò l’autonomia simbolica, lo interpretò come istituto culturale che rifletteva ben altri disagi individuali e collettivi, riconducibili, in definitiva, alla mancata rivoluzione borghese nel sud e dunque a un limite di egemonia culturale. Come altri sincretismi popolari, il tarantismo era, per lui, espressione della storica subalternità delle plebi rurali, ma anche testimonianza del limite di espansione della cultura dominante e della resistenza opposta dai gruppi subalterni alle forme culturali e religiose ufficiali.
Nel corso della «spedizione» nel Salento – scrive de Martino – «io entravo nelle case dei contadini pugliesi come un ‘compagno’, come un cercatore di uomini e di umane dimenticate istorie, che al tempo stesso spia e controlla la sua propria umanità, e che vuol rendersi partecipe, insieme agli uomini incontrati, della fondazione di un mondo migliore, in cui migliori saremmo diventati tutti, io che cercavo e loro che ritrovavo».
La sua etnografia, quindi, non poteva che essere dialogica e riflessiva, per usare aggettivi che solo alcuni decenni più tardi sarebbero entrati nel lessico antropologico, essendo stato pioniere di un metodo di ricerca – del quale oggi si parla molto – che predilige l’empatia. L’intensità con la quale visse la «pungente esperienza dello scandalo sollevato dall’incontro con umanità cifrate», unita alla consapevolezza che «senza il pathos del rimorso e della colpa davanti al fratello separato», non vi è possibilità alcuna d’incontro con gli «zulu e beduini» (così erano detti i proletari agricoli del Sud) si riflettono nella sua ricerca di campo, nei resoconti etnografici, nella scrittura in prima persona – in quegli anni del tutto atipica, perfino eccentrica. De Martino, insomma, ci ha lasciato una lezione epistemologica del tutto anticipatrice: il soggetto epistemico è anche un soggetto affettivo. L’intera sua opera è attraversata da temi e inflessioni anticipatrici di quella etnografia riflessiva che oggi è ritenuta l’unica possibile, e che implica la valorizzazione della dialettica soggetto-oggetto della ricerca, la consapevolezza dell’ineliminabilità della soggettività del ricercatore e delle sue passioni, la proposta di una epoché metodologica delle categorie che gli sono familiari, per diventare «l’etnologo di se stesso».
Una speciale temperie storica
La terra del rimorso – tessera fondamentale della sua teoria del sacro, che si delinea a partire dal Mondo magico – è concepita come contributo molecolare (un termine molto gramsciano) alla storia religiosa del sud, «nella prospettiva di una nuova dimensione della quistione meridionale». Per De Martino il tarantismo – per meglio dire, i «logori relitti salentini» di ciò che era stato un istituto mitico-rituale – è espressione, per quanto minuta e locale, di un dramma universale, metafora dei tanti Sud che cercano di entrare nella storia: «la terra del rimorso è il nostro stesso pianeta, o almeno quella parte di esso che è entrata nel cono d’ombra del cattivo passato». Perciò ha un che di paradossale il recente ingresso imperioso del tarantismo nella cultura di massa, con la conseguente conversione in patrimonio delle tradizioni musicali salentine: questo fenomeno, nato come locale e identitario, poi consolidatosi in forma durevole e pressoché nazionale di consumo culturale, muove, infatti, dalla riscoperta di un tarantismo per lo più deproblematizzato e destoricizzato, talvolta anche desimbolizzato.
La ricerca e la riflessione di de Martino furono il frutto di una maturazione intellettuale che, dall’originaria formazione crociana, lo condussero poi ad aprirsi al pensiero gramsciano e alle più avanzate correnti europee della psicologia, della psichiatria, della fenomenologia. Ma la qualità delle sue ricerche è anche figlia di una temperie storica peculiare: erano anni di importanti lotte contadine e operaie, della grande speranza del riscatto del Mezzogiorno, dell’impetuoso movimento bracciantile di occupazione delle terre, che sarebbe poi stato represso con eccidi e arresti di massa. Del resto, anche i grandi eventi che si svolgevano sulla scena internazionale avevano una impronta contadina: l’offensiva dei vietcong contro i colonialisti francesi, il processo di emancipazione dei popoli colonizzati, la proclamazione della Repubblica popolare cinese… È questo il contesto al quale erano legati certi motivi di de Martino: il concetto di «folclore progressivo» (uno dei meno attuali della sua riflessione); il tema dell’«irruzione nella storia» del mondo popolare subalterno, inteso come «l’insieme dei popoli coloniali o semicoloniali, e del proletariato operaio e contadino delle nazioni egemoniche». È in questa temperie che va iscritta la convinzione del grande antropologo secondo cui la persistenza dei sincretismi pagano-cristiani, fra i quali il tarantismo, che intendeva come determinata da ragioni storiche e congiunturali (l’irrisolto conflitto fra mondo cristiano e mondo pagano, la miseria economica e culturale, la subalternità sociale), avrebbe potuto avere soluzione di continuità grazie all’irruzione nella storia delle plebi meridionali.
Se punti deboli sono presenti nel suo pensiero, risiedono in un eurocentrismo che non sarebbe mai riuscito davvero a trascendere e nella costante oscillazione fra la nostalgia del senso e della pregnanza culturale delle forme ‘arcaiche’ e la convinzione che, essendo esse espressione di miseria sociale e culturale, fossero destinate ad essere superate. È questo secondo polo che oggi appare meno convincente. In realtà l’«arcaico» non è stato affatto superato dall’avanzare della «civiltà», sul piano culturale come su quello economico e sociale: se c’è un tratto che connota i nostri anni è il recupero e la risemantizzazione dell’«arcaico» e dell’esotico, l’intreccio fra tradizione e modernità, la compresenza dei più disparati livelli di rapporti di produzione, dal feudale al postfordista. Un tema, questo, che lo stesso De Martino aveva abbozzato in Furore, simbolo, valore e sviluppato negli appunti poi raccolti nell’opera postuma, La fine del mondo, dove aveva fittamente commentato la crisi della razionalità e dell’ethos occidentali, senza essere mai capace, tuttavia, di rinunciare al presupposto secondo il quale il primato culturale sarebbe spettato alla civiltà occidentale. Perciò, la Rabata di Tricarico – il quartiere derelitto descritto nelle «Note lucane» di Furore, simbolo, valore – potrebbe essere assunta a metafora potente delle ‘rabate’ disseminate nel mondo globalizzato: per esempio, le bidonville dove nell’Italia del sud sono costretti ad alloggiare i braccianti immigrati stagionali, in gran parte «clandestini». I contadini di Tricarico possono riapparirci così nelle sembianze dei braccianti stagionali di Cassibile, di Castel Volturno di Rosarno o del Tavoliere.
Al tempo di de Martino, i contadini rabatani «più avanzati» avevano adibito a luogo di culto della chiesa battista «l’unica stanza oscura e fumosa» della dimora miserabile di uno di loro. Un paio di anni fa, i braccianti maghrebini di Cassibile dopo la distruzione della loro bidonville nel corso di uno dei tanti pogrom di oggi (spesso preceduti da leggende ‘arcaiche’, come quella degli zingari rapitori di bambini) hanno ricostruito, come prima cosa, un simulacro di moschea – un rettangolo di pietre con fogli di cartone per pavimento – dotandolo di un mihrab rudimentale ma correttamente orientato verso la direzione della Mecca. Pur condannati a regimi d’esistenza al limite dell’umano, gli uni e gli altri coltivano «costumi e ideologie che formano civiltà e storia». Per i contadini lucani, l’adesione alla comunità battista era stata una forma di protesta verso la chiesa cattolica, «alleata con i ricchi e con gli oppressori», e l’aspirazione a coltivare una religiosità evangelica e socialista. Per i braccianti maghrebini, il simulacro della moschea è un mezzo per salvaguardare e affermare la propria umanità, e per sventare il rischio della crisi della presenza, sottraendo una parte di sé al regime della merce e alla cultura razzista e deumanizzante del paese in cui approdano.
Dal versante simbolico
Dunque, l’opera di de Martino potrebbe ancora suggerirci qualche spunto per la lettura del presente. Il proletariato agricolo non è scomparso ma è stato ricostituito da braccianti stranieri, ugualmente stigmatizzati come superstiziosi, arretrati, inferiori. Pur in un contesto strutturale assai diverso, gli stagionali stranieri massicciamente sfruttati nelle campagne del sud d’Italia sono soggetti a condizioni di lavoro e di vita comparabili, se non peggiori, di quelle dei braccianti autoctoni fino agli anni ’60: sottoposti al caporalato, obbligati a lavorare da sole a sole, spesso pagati a cottimo, costretti a dormire in alloggi di fortuna, ridotti a una condizione servile o addirittura di schiavitù. Si potrebbe indagare se alle vecchie forme magico-religiose sincretiche, legate al lavoro agricolo, non vadano sostituendosi altre forme ritualizzate di resistenza ugualmente sincretiche, pescate dalla memoria della propria tradizione ma adattate al contesto presente. Sarebbe un modo per chiedersi se questa condizione sociale non possa essere colta anche dal versante delle pratiche simboliche, e se queste non ci dicano qualcosa di interessante circa il modo in cui non soltanto si vive la propria appartenenza sociale ma la si trascende.

Il sito dell’Istituto Ernesto de Martino di Sesto Fiorentino, Firenze.
Il sito dell’Associazione Internazionale.
Un articolo di Annalina Ferrante su Avvenimentionline.



rituali natalizi 01
18 dicembre 2008, 15:43
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Rispolveriamo, pubblicandone un brano, un libro del 2001 dell’antropologa francese Martyne Perrot. Questo.
Una piccola provocazione sotto l’albero.

“La tradizione del Natale, come qualsiasi altra, ci rimanda all’ interrogativo delle sue origini e, forse ancora più di altre feste, alle origini delle nostre società occidentali, perché non c’ è dubbio che sia una delle ricorrenze più antiche. Anche di questa straordinaria continuità nel tempo occorre trovare le ragioni: ragioni delle funzioni sociali che continua a garantire, dei simboli che incarna ancora e dei sentimenti che ispira da sempre. E’ la festa del solstizio d’ inverno, poi diventata la festa cristiana della Natività, che ci rimanda all’ alba dei tempi e all’ inizio della nostra era; evoca riti lontani, mitologie arcaiche. Questo fatto spiega certamente come mai abbia dato luogo a teorie disparate e spesso contraddittorie, sia riguardo alla data della sua apparizione sia per i riferimenti pagani o cristiani, sia ancora per le specificità culturali e geografiche. Senza entrare nel dettaglio delle interpretazioni teologiche, folcloriche e di storia delle religioni, è in ogni caso possibile fare una distinzione tra due grandi filoni tematici. Il primo è quello che vuole evidenziare le radici pagane di una festa cristiana, mettendola in relazione con i riti del solstizio d’ inverno: è la strada seguita dagli storici e dagli studiosi di mitologia. Il secondo, invece, vuole fondare le sue origini puramente cristiane sulle modalità di una rottura con il mondo pagano: è quello che tendono a fare piuttosto i teologi. (~) Il solstizio d’ inverno, dal latino sol (sole) e stare (fermarsi), che significa letteralmente «arresto del sole», segnando la fine del declino del sole ne annuncia anche la rinascita. Questa «transizione astronomica» ha sempre impressionato gli esseri umani: fa riemergere antiche paure, il timore di non vedere più risorgere il sole. E’ anche un periodo pericoloso in cui i morti insidiano i vivi. S’ intuisce allora come il sole sia stato ben presto oggetto di culti diversi, come attestano molti indizi in tutta l’ area indoeuropea, e che abbia dato alla fine luogo alla creazione di una teologia solare che sarà determinante nell’ emergere del monoteismo cristiano e della quale diversi elementi saranno reinterpretati nella festa del Natale. Dal nord al sud l’ Europa ha dunque conosciuto celebrazioni del solstizio invernale. La festa di Yule, per esempio, era diffusa in tutta la Scandinavia ed era una celebrazione dei morti come della fertilità che ben illustra l’ incontro tra le culture funerarie e quelle agrarie. Faceva parte di quelli che Mircea Eliade definisce «riti di rigenerazione del tempo». Per i popoli nordici questo era un periodo favorevole al riavvicinamento dei vivi con i morti che, al culmine della festa, invadevano il mondo per favorire un ritorno alla vita assimilabile a quello che si osserva nel regno vegetale. In uno schema culturale che definiremmo «agricolo», dunque, la morte è semplicemente una condizione provvisoria e le lunghe notti invernali che favoriscono questi culti anticipano già la rinascita della vegetazione. A sud, nell’ Impero romano, proprio nello stesso periodo si poteva assistere alla ripresa di una delle feste più antiche e più popolari della religione romana, i Saturnali, che si svolgevano tra il 17 e il 24 dicembre. La libertas decembris cantata da Orazio celebrava il regno di Saturno, il dio delle sementi e dell’ agricoltura. Era il sovrano regnante in quell’ età dell’ oro che non conosceva la schiavitù e la proprietà. La fine dell’ anno era per questo riservata alle più sfrenate licenze; l’ ordine gerarchico era sistematicamente rovesciato; il fatto più caratteristico era l’ abolizione della distinzione tra libero e schiavo tanto che quest’ ultimo poteva prendersi gioco del padrone, poteva bere e scatenarsi come lui. Il re dei Saturnali, un giovane soldato scelto per sorteggio, concludeva la festa dandosi la morte dopo avere gustato ogni piacere per trenta giorni. La presenza dei morti, il sacrificio come le orge, segnavano così la fine dell’ anno. Gli ultimi giorni, in occasione della festa dei Sigillaria, i Romani si scambiavano regali, organizzavano festini e decoravano le case con l’ edera. È questo, senza dubbio, il più antico ricordo del Capodanno”.

Sempre in tema natalizio, segnaliamo nuovi rituali elettrodomestici in uso presso le tribù occidentali.

Made in AKQA
Executive Creative Director: James Hilton
Creative Director: Colin Byrne/James Capp
Agency Producer: Mays Al-Ali

Produced by Bikini and AKQA.FILM
Director: Jonty Toosey
DOP: Bruce Jackson
Producer: Phil Barnes
Art Dept: David Rosen
Executive Producer : Kate Elson

Edit by Cut And Run
Editor: Ben Campbell

Sound design by Adelphoi
Sound designer: Shervin Shaeri
Producer: Sean Atherton

Post Production/TK by Rushes
Producer: Carl Grinter

Cameras supplied by Take2
Lighting supplied by Aim Image & Arri Focus
Filmed at Pinewood Studios, London