Concausa


Storie che fanno male
24 marzo 2010, 07:30
Filed under: Diritti delle donne, Diritti umani | Tag: , ,

“Qualcuno di noi la ricorderà. Qualcun altro l’avrà già dimenticata. Perché Joy è un personaggio scomodo. 28enne. Nigeriana. Un passato da parrucchiera, in patria. Un altro da prostituta sfruttata, in Italia. Un presente da “clandestina” sballottata da un Cie all’altro. Un futuro incerto. Fin qui, una storia purtroppo simile a tante altre. A rendere speciale Joy è il fatto di aver trovato il coraggio di denunciare, durante il processo per le rivolte nel cie milanese di via Corelli, le violenze e i soprusi che avvengono all’interno di mura ancora più impenetrabili di quelle delle carceri. La verità di Joy è una verità che fa male alle nostre orecchie. Abbiamo deciso comunque di ascoltarla. In questa lunga intervista, lei racconta tutto dall’inizio. Racconta del presunto tentativo di stupro subito da parte dell’ispettore di via Corelli Vittorio Addesso, tentativo da lei denunciato durante il processo e costatole una contro-denuncia per calunnia.”

Il resto dell’articolo di Ambra Murè qui su Articolo 21.org

Incontro con Joy al Cie di Ponte Galeria su Carta.org.

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Dalla parte delle bambine. Haiti e la violenza di genere.
11 marzo 2010, 01:15
Filed under: Diritti delle donne, Diritti umani | Tag: , ,

Nel Rapporto 2009 sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica di Haiti, Amnesty International denunciava che la violenza sessuale nei confronti delle donne era “pervasiva e diffusa” e sottolineava come fossero le ragazze di età inferiore ai 18 anni quelle più a rischio. Oggi, dopo il violento terremoto che ha sconvolto l’isola nel gennaio scorso, la situazione delle donne haitiane è ancora più difficile. Qui, sul sito dell’IRIN, c’è la testimonianza di una donna rifugiata al campo Jean-Marie Vincent che denuncia la violenza subita mentre raggiungeva i bagni. E non è la sola. Qualche giorno fa anche La Stampa aveva parlato della situazione grazie all’articolo di Lisa Paravisini ripreso da Repeating Islands nel quale Taina Bien-Aime, direttore esecutivo di Equality Now, dice che “la cosa più straziante e scandalosa è che un minuto dopo il sisma, abbiamo temuto e previsto che si sarebbero verificati stupri e violenze sessuali. Quasi ogni giorno, vengono pubblicate storie di violenza sessuale e stupri nelle tendopoli o di come le donne temano di essere assalite da potenziali stupratori… dobbiamo imparare dagli errori del passato rispetto alla tutela delle donne e delle bambine nei periodi di guerra o calamità naturali. Alle donne haitiane viene spesso insegnato a soffrire in silenzio, ma la comunità internazionale non deve considerare inevitabile l’incontrollata violenza sessuale nell’Haiti del post-terremoto. Abbiamo fatto dei rapidi controlli nei campi in cui stiamo lavorando, e ci siamo imbattuti in denunce, molto simili fra loro, di bambine e donne che sono state vittime di violenza proprio in quanto donne. C’è un urgente bisogno di adottare misure appropriate per garantire loro protezione.”

Haiti’s Rape Crisis di Liesl Gerntholtz qui su The Daily Beast.



La Toscana per la pace il ruolo attivo dell’Europa

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IV Settimana Europea dei Gemellaggi con la Toscana
II conferenza delle citta gemellate col popolo Saharawi
23-24-25 ottobre 2009
San Giuliano Terme – Campi Bisenzio – Firenze – Lucca

Cliccando sul PROGRAMMA potrete avere maggiori informazioni sulla manifestazione alla quale presenziera´anche il presidente Saharawi Mohamed Abdelaziz.



Articolo 9. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.
18 ottobre 2009, 23:40
Filed under: Diritti umani, Marocco, Saharawi | Tag: , , , ,

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Costanza, presidente del Comitato Selma, ci segnala l’articolo “Ultime dal Marocco” del magistrato Nicola Quatrano, pubblicato sul sito dell’Osservatorio Internazionale per i diritti:

“I sette saharaoui arrestati l’8 ottobre all’aeroporto di Casablanca sono comparsi il 15 ottobre davanti al giudice istruttore della Corte di Appello di Casablanca, che però si è dichiarato incompetente perché le accuse loro rivolte, di attentato alla sicurezza estera dello Stato ed intelligenza col nemico, sono reati di competenza del Tribunale militare.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, infatti, i detenuti sono comparsi davanti al giudice istruttore del Tribunale militare di Rabat, che li ha interrogati fino all’1 del mattino seguente. Successivamente sono stati riaccompagnati al carcere di Salé.
Brahim Dahane è riuscito a far sapere che sono stati trattenuti otto giorni nei locali della polizia giudiziaria, i primi tre giorni con gli occhi sempre bendati, e che sono stati interrogati da esponenti di diversi servizi di sicurezza. I detenuti hanno riconosciuto, tra gli altri, Bahri Hamid, ex vice wali della Sureté nationale a Laayoune.”
I militanti arrestati a Casablanca sono stati deferiti dinanzi il Tribunale militare per alto tradimento. Rischiano la pena capitale.

Il resto dell’articolo qui.

Della vicenda se ne parla anche in Un tribunal militar de Marruecos juzgará por traición a siete independentistas saharauis, articolo di IGNACIO CEMBRERO pubblicato su El Pais.



Contro le congiure del silenzio
13 ottobre 2009, 12:47
Filed under: Cinema/Video, Diritti umani | Tag: , , , ,

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Nel nono anniversario dell’uccisione in Georgia del reporter Antonio Russo l’Associazione radicale Adelaide Aglietta organizza la proiezione gratuita del film “Cecenia” di Leonardo Giuliano, con la sceneggiatura di Aurelio Grimaldi. Appuntamento il 15 Ottobre alle 18:00 al King Kong Microplex, Via Po 21 a Torino.
“La sorte dei film indipendenti in Italia è spesso segnata – specie quando trattano temi scomodi – da una cattiva distribuzione che li consegna rapidamente all’oblio. E’ il destino toccato a “Cecenia“, l’opera prima di Leonardo Giuliano, con la sceneggiatura di Aurelio Grimaldi e l’interpretazione di Gianmarco Tognazzi. La pellicola racconta la storia di Antonio Russo (interpretato da Tognazzi), il giornalista di Radio Radicale ucciso in Georgia nell’ottobre 2000 mentre indagava sui crimini commessi in Cecenia.”
Il film sarà presentato da Igor Boni (segretario Associazione radicale Adelaide Aglietta). Seguirà un breve dibattito cui per ora ha confermato la partecipazione Bruno Mellano (Presidente di Radicali Italiani).

Qui la sezione del sito di Radio Radicale dedicata ad Antonio Russo.

Antonella Ferrera ha dedicato una puntata della sua trasmissione Rosso Scarlatto agli inviati di guerra, fra quali Antonio Russo. Qui potete ascoltare e/o scaricarne il file audio.

Il sito di Free Lance International Press, associazione che aveva visto Antonio Russo come vicepresidente e il suo profilo biografico tracciato da Stefania Pavone.

Le congiure del silenzio, Russo a Pristina: “Natenemir, buona notte Pristina, e con le dita spegnevo la luce di una candela, che quasi a faro, illuminava il gioco dei corvi. Inshallah.”



Non credere di avere diritti
25 agosto 2009, 14:32
Filed under: Africa, Diritti delle donne | Tag: , , ,
photo Swiatoslaw Wojtkowiak (www.nygus.info)

photo Swiatoslaw Wojtkowiak (www.nygus.info)

Nella notte fra il 3 e il 4 Agosto, dopo più di dieci anni di discussione, il Mali ha adottato un nuovo Codice di famiglia (117 deputati hanno votato a favore, 5 contrari e 4 astenuti). Fra i 1.100 nuovi articoli introdotti, molti riguardano i diritti delle donne: 18 anni come età minima per contrarre il matrimonio, diritti di successione estesi ai figli nati fuori dal matrimonio e alle figlie femmine, introduzione del divorzio consensuale e soppressione del “dovere d’obbedienza” della moglie nei confronti del marito.
Ma non a tutti piace l’Égalité fra l’uomo e la donna. Sabato scorso a Bamako circa 50.000 persone hanno partecipato a un incontro organizzato dall’Alto Consiglio Islamico del Mali. All’ordine del giorno respingere il nuovo codice sulla persona e la famiglia. “Siamo molto delusi, per almeno due disposizioni” – si rammarica Mohamed Kimbiri, direttore di radio Dambé. “Che i figli naturali, cioè nati fuori del matrimonio siano riconosciuti in successione, e che le figlie ricevano una quota pari al figlio maschio – e non la metà come prima – è in contraddizione con la legge islamica ”
Qui “da noi”, citando (e scherzando), si direbbe “Pole la donna permettissi di pareggiare coll’omo?” Tornando seri, vi segnialiamo qualche articolo per approfondire: MALI: Threats of violence greet new family code, Le nouveau Code de la famille, une grande avancée pour les femmes e Code de la famille : “La femme reste femme et l’homme reste homme”.
Saranno le donne a salvare l’Africa?

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Stefano Liberti il 28 Agosto ha pubblicato sul manifesto il pezzo che segue:
AMADOU TOUMANI TOURÉ – Il presidente rimanda al Parlameno il nuovo codice della famiglia
Donne, il Mali fa dietro front
La nuova legge parificava i sessi nel matrimonio e nell’eredità
Una sconfitta per le donne maliane. Il nuovo codice della famiglia, per ottenere il quale avevano lottato strenuamente negli ultimi dieci anni, è stato rispedito ieri indietro al Parlamento dal presidente Amadou Toumani Touré «per il bene dell’unità nazionale».
Approvata all’inizio del mese dall’Assemblea nazionale con un vero e proprio plebiscito (117 sì, 4 no e 5 astenuti), la legge allargava notevolmente i diritti delle donne, che cessavano di dover «obbedienza al marito» e ottenevano maggiori diritti d’eredità. Portava il limite minimo d’età per il matrimonio a 18 anni e definiva lo stesso matrimonio una «istituzione laica», in cui i due coniugi vedevano parificati i propri diritti e doveri. Inoltre, secondo la nuova legge, la donna avrebbe potuto iniziare un’attività senza il consenso del marito (cosa oggi impossibile) e conferire la nazionalità maliana ai mariti stranieri (prerogativa finora riservata ai soli uomini).
Tutti questi punti – in particolare l’uguaglianza dei diritti uomo-donna sia all’interno del matrimonio che nella linea ereditaria – hanno fatto sussultare l’Alto consiglio islamico, che ha organizzato manifestazioni in tutto il paese e fatto pressioni sul presidente affinché non promulgasse la legge. Dopo il voto favorevole in Parlamento, varie proteste sono state organizzate, l’ultima delle quali ha portato in piazza lo scorso week-end 50mila persone nella capitale Bamako.
E alla fine ATT, come viene chiamato il capo di stato maliano, ha ceduto alla piazza, sebbene fosse stato lui stesso tra i principali sostenitori del nuovo codice di famiglia. In un messaggio televisivo, il presidente ha detto che «dopo diverse consultazioni con varie istituzioni dello stato, con la società civile, come le comunità religiose e con le associazioni professionali, ho preso la decisione di rimandare la legge sulla famiglia in Parlamento per una seconda lettura».
E il Parlamento, che non riesaminerà la legge prima della fine del mese sacro del Ramadan il 21 settembre, sicuramente la rivedrà in senso più restrittivo, cancellando alcune delle conquiste più importanti delle donne maliane.
Paese tradizionalista e a stragrande maggioranza musulmana, il Mali ha tuttavia un’impronta laica e una società civile molto attiva (in cui le donne hanno un ruolo tutt’altro che secondario) ed è probabile che l’alzata di scudi del consiglio islamico e l’ampiezza delle manifestazioni che ha saputo organizzare abbiano colto di sorpresa lo stesso presidente, che ha così deciso di non acutizzare le tensioni e rimandare la legge in Parlamento «per una seconda lettura». Touré ha detto che questa sua decisione non significa che la legge viene respinta, ma che vuole semplicemente chiedere al Parlamento di correggere «alcune imperfezioni», in modo da ottenere un sostegno più ampio.
Grande soddisfazioni è stata espressa dall’Alto consiglio islamico, che aveva minacciato ulteriori proteste. Le donne, da parte loro, non si danno per vinte e sperano di riuscire a volgere a proprio vantaggio la mossa del presidente, convincendo tutti della bontà del nuovo codice. «Facciamo appello agli uni e agli altri per organizzare larghe consultazioni per mettere l’unità nazionale al di sopra di tutto. Nel nostro paese, tutti sono per la promozione della donna. Ma, quando ci sono incomprensioni, bisogna sedersi, discutere e trovare soluzioni adeguate», ha detto Dembélé Oulématou Sow, presidentessa della Federazione nazionale dei collettivi di organizzazioni femminili in Mali.”



Uomini che odiano le donne
24 giugno 2009, 11:05
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La guerra feroce dei maschi sconfitti
di Valeria Viganò su l’Unità di oggi

Ieri a Milano l’ennesimo omicidio di una donna. Era davanti all’asilo nido col suo bambino di due anni in braccio. L’ex marito l’ha uccisa a coltellate. Erano separati da quattro mesi

Ieri. Un asilo nido come gli altri, a Milano est, un’ora solita della mattina, le 8 e 40. Una mamma che porta il figlio di due anni in braccio in mezzo a tante altre mamme. Un cortile prima dell’ingresso pieno di bambini. Lo scenario semplice delle chiacchiere e dei saluti, manine che si agitano, sorrisi affettuosi. Il mondo dell’infanzia viene profanato all’improvviso da un padre, pregiudicato sì, ma sempre padre. È accanto alla mamma che tiene abbracciato il figlio e contemporaneamente e fatalmente riceve una telefonata. Il padre ha con sé un coltello da cucina. Perché? In un baleno ficca l’arma in petto alla ex-moglie, lei barcolla, lui la colpisce quattro volte tra le urla di terrore di chi è presente. La ammazza. Ma prima che lei crolli, una bidella riesce a afferrare il piccolo e scappare via. Cronaca cruda di una violenza intollerabile. Cronaca che si ripete quasi quotidianamente in un elenco interminabile di vittime predestinate: tutte donne. Una vera e propria guerra sanguinaria contro un sesso che ha solo una colpa: non si sottomette più, non piega più la testa, non acconsente per dovere, pensa in autonomia, Si pensa libero come l’altro, il maschile.
La guerra disperata degli uomini usa molte armi cruente: pugni, calci, stupri, coltellate, pistolettate, fucilate. Passa per le grandi metropoli e i piccoli centri di provincia, da nord a sud. È perpetrata da maschi di ogni età. Le motivazioni di questa guerra passano da una debolezza piena di incapacità, da una cecità, un rifiuto, una pochezza, dalla rabbia che si fa forza belluina. La rabbia di non poter più pretendere di essere amati nei modi e nei tempi decisi da una sola parte, la loro. E la rabbia di non poter più gestire un matrimonio, una convivenza, i figli senza contraddittorio.
Gli uomini si sentono spodestati dalla maturazione femminile degli ultimi quarant’anni, dalla consapevolezza e dalla voglia di parità che le donne hanno pensato, elaborato, messo in atto tra mille fatiche ma alle quali non vogliono e non possono più rinunciare. La chiamerei desiderio di pari dignità della persona umana. Alla quale gli uomini non erano storicamente abituati e per la quale in questi quarant’anni non hanno speso che pochi spiccioli. Disinteressati, inermi o sempre più incazzati non hanno reagito con la riflessione, ma con l’incomprensione di un processo evolutivo della società civile nella sua interezza. Solo i più sensibili hanno ascoltato, provato a accompagnare il mutamento che toglieva loro potere e comando.
I molti maschi che non accettano la propria apparente sconfitta non l’hanno tollerato. Senza altre armi dialettiche hanno cominciato a la guerra su due fronti: il primo, appena meno violento, è la riproposizione non di un modello casalingo retrò ma di un modello femminile puttanesco di impronta televisiva, corroborato dal do ut des dei potenti; il secondo appartiene a chi non ha quel potere e nessuna merce di scambio. Troppi uomini che non accedono alla possibilità del ricatto usano la furia. Puniscono. Costringono. E, quando vedono che non riescono più a stare al passo con le donne che dicono di amare, le uccidono.

Manifesto del rapper Noyz Narcos in programma il prossimo 25 giugno all'INIT Club di Roma

Manifesto del rapper Noyz Narcos in programma il prossimo 25 giugno all'INIT Club di Roma

Femminicidio. Si dice così. Questo termine indica la violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta contro la donna «in quanto donna». E’ stato coniato in occasione dei fatti di Ciudad Juarez, in Messico.
“Il femminicidio ci riguarda tutte” dice la giurista Barbara Spinelli nel suo blog “entra quotidianamente nelle nostre case, dalle pagine dei giornali, nelle aule dei tribunali, dalle confidenze di conoscenti che magari non sono neppure consapevoli di esserne vittime, e credono che, in fondo, tutto sommato, nella coppia il conflitto violento sia un fatto “normale”. Due anni fa, Roberto Spaccino uccise, strangolandola, sue moglie Barbara Cicioni incinta di 8 mesi. Vi invitiamo a rileggere i post che la Spinelli dedica al processo perché “a differenza del processo Meredith, una storia di sesso, droga, disagio giovanile, morbosamente seguita da media e pubblico, il processo Spaccino è emblematico dei nostri giorni, del radicamento della cultura patriarcale, del sessismo, della crisi del modello famigliare classico. Oltre la storia processuale, in questo esame, nelle testimonianze assunte in dibattimento, la storia di una relazione, la storia di come si concepisce ancora, nella mente di tanti italiani medi, la famiglia, e la relazione con le donne, quelle per bene, “il cervello di tutto”, che si prendono come moglie, ci si litiga, ci si discute per il lavoro, per la gestione dei soldi, per gelosia, e quelle per male, che quando capita, senza rovinare il rapporto coniugale, si abbordano, si seducono, si portano a fare cenette, si portano a letto.”
Per la cronaca, Spaccino (condannato all’ergastolo il 16 Maggio scorso) l’altro ieri ha scritto una lettera nella quale afferma di provare ”tanto dolore e rabbia” pensando che l’assassino della moglie e della figlia ”è ancora libero”.

Il libro di Barbara Spinelli e l’Indagine sul femminicidio in Italia nel 2008.