Concausa


Storie che fanno male
24 marzo 2010, 07:30
Filed under: Diritti delle donne, Diritti umani | Tag: , ,

“Qualcuno di noi la ricorderà. Qualcun altro l’avrà già dimenticata. Perché Joy è un personaggio scomodo. 28enne. Nigeriana. Un passato da parrucchiera, in patria. Un altro da prostituta sfruttata, in Italia. Un presente da “clandestina” sballottata da un Cie all’altro. Un futuro incerto. Fin qui, una storia purtroppo simile a tante altre. A rendere speciale Joy è il fatto di aver trovato il coraggio di denunciare, durante il processo per le rivolte nel cie milanese di via Corelli, le violenze e i soprusi che avvengono all’interno di mura ancora più impenetrabili di quelle delle carceri. La verità di Joy è una verità che fa male alle nostre orecchie. Abbiamo deciso comunque di ascoltarla. In questa lunga intervista, lei racconta tutto dall’inizio. Racconta del presunto tentativo di stupro subito da parte dell’ispettore di via Corelli Vittorio Addesso, tentativo da lei denunciato durante il processo e costatole una contro-denuncia per calunnia.”

Il resto dell’articolo di Ambra Murè qui su Articolo 21.org

Incontro con Joy al Cie di Ponte Galeria su Carta.org.

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Dalla parte delle bambine. Haiti e la violenza di genere.
11 marzo 2010, 01:15
Filed under: Diritti delle donne, Diritti umani | Tag: , ,

Nel Rapporto 2009 sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica di Haiti, Amnesty International denunciava che la violenza sessuale nei confronti delle donne era “pervasiva e diffusa” e sottolineava come fossero le ragazze di età inferiore ai 18 anni quelle più a rischio. Oggi, dopo il violento terremoto che ha sconvolto l’isola nel gennaio scorso, la situazione delle donne haitiane è ancora più difficile. Qui, sul sito dell’IRIN, c’è la testimonianza di una donna rifugiata al campo Jean-Marie Vincent che denuncia la violenza subita mentre raggiungeva i bagni. E non è la sola. Qualche giorno fa anche La Stampa aveva parlato della situazione grazie all’articolo di Lisa Paravisini ripreso da Repeating Islands nel quale Taina Bien-Aime, direttore esecutivo di Equality Now, dice che “la cosa più straziante e scandalosa è che un minuto dopo il sisma, abbiamo temuto e previsto che si sarebbero verificati stupri e violenze sessuali. Quasi ogni giorno, vengono pubblicate storie di violenza sessuale e stupri nelle tendopoli o di come le donne temano di essere assalite da potenziali stupratori… dobbiamo imparare dagli errori del passato rispetto alla tutela delle donne e delle bambine nei periodi di guerra o calamità naturali. Alle donne haitiane viene spesso insegnato a soffrire in silenzio, ma la comunità internazionale non deve considerare inevitabile l’incontrollata violenza sessuale nell’Haiti del post-terremoto. Abbiamo fatto dei rapidi controlli nei campi in cui stiamo lavorando, e ci siamo imbattuti in denunce, molto simili fra loro, di bambine e donne che sono state vittime di violenza proprio in quanto donne. C’è un urgente bisogno di adottare misure appropriate per garantire loro protezione.”

Haiti’s Rape Crisis di Liesl Gerntholtz qui su The Daily Beast.



Non credere di avere diritti
25 agosto 2009, 14:32
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photo Swiatoslaw Wojtkowiak (www.nygus.info)

photo Swiatoslaw Wojtkowiak (www.nygus.info)

Nella notte fra il 3 e il 4 Agosto, dopo più di dieci anni di discussione, il Mali ha adottato un nuovo Codice di famiglia (117 deputati hanno votato a favore, 5 contrari e 4 astenuti). Fra i 1.100 nuovi articoli introdotti, molti riguardano i diritti delle donne: 18 anni come età minima per contrarre il matrimonio, diritti di successione estesi ai figli nati fuori dal matrimonio e alle figlie femmine, introduzione del divorzio consensuale e soppressione del “dovere d’obbedienza” della moglie nei confronti del marito.
Ma non a tutti piace l’Égalité fra l’uomo e la donna. Sabato scorso a Bamako circa 50.000 persone hanno partecipato a un incontro organizzato dall’Alto Consiglio Islamico del Mali. All’ordine del giorno respingere il nuovo codice sulla persona e la famiglia. “Siamo molto delusi, per almeno due disposizioni” – si rammarica Mohamed Kimbiri, direttore di radio Dambé. “Che i figli naturali, cioè nati fuori del matrimonio siano riconosciuti in successione, e che le figlie ricevano una quota pari al figlio maschio – e non la metà come prima – è in contraddizione con la legge islamica ”
Qui “da noi”, citando (e scherzando), si direbbe “Pole la donna permettissi di pareggiare coll’omo?” Tornando seri, vi segnialiamo qualche articolo per approfondire: MALI: Threats of violence greet new family code, Le nouveau Code de la famille, une grande avancée pour les femmes e Code de la famille : “La femme reste femme et l’homme reste homme”.
Saranno le donne a salvare l’Africa?

———————–

Stefano Liberti il 28 Agosto ha pubblicato sul manifesto il pezzo che segue:
AMADOU TOUMANI TOURÉ – Il presidente rimanda al Parlameno il nuovo codice della famiglia
Donne, il Mali fa dietro front
La nuova legge parificava i sessi nel matrimonio e nell’eredità
Una sconfitta per le donne maliane. Il nuovo codice della famiglia, per ottenere il quale avevano lottato strenuamente negli ultimi dieci anni, è stato rispedito ieri indietro al Parlamento dal presidente Amadou Toumani Touré «per il bene dell’unità nazionale».
Approvata all’inizio del mese dall’Assemblea nazionale con un vero e proprio plebiscito (117 sì, 4 no e 5 astenuti), la legge allargava notevolmente i diritti delle donne, che cessavano di dover «obbedienza al marito» e ottenevano maggiori diritti d’eredità. Portava il limite minimo d’età per il matrimonio a 18 anni e definiva lo stesso matrimonio una «istituzione laica», in cui i due coniugi vedevano parificati i propri diritti e doveri. Inoltre, secondo la nuova legge, la donna avrebbe potuto iniziare un’attività senza il consenso del marito (cosa oggi impossibile) e conferire la nazionalità maliana ai mariti stranieri (prerogativa finora riservata ai soli uomini).
Tutti questi punti – in particolare l’uguaglianza dei diritti uomo-donna sia all’interno del matrimonio che nella linea ereditaria – hanno fatto sussultare l’Alto consiglio islamico, che ha organizzato manifestazioni in tutto il paese e fatto pressioni sul presidente affinché non promulgasse la legge. Dopo il voto favorevole in Parlamento, varie proteste sono state organizzate, l’ultima delle quali ha portato in piazza lo scorso week-end 50mila persone nella capitale Bamako.
E alla fine ATT, come viene chiamato il capo di stato maliano, ha ceduto alla piazza, sebbene fosse stato lui stesso tra i principali sostenitori del nuovo codice di famiglia. In un messaggio televisivo, il presidente ha detto che «dopo diverse consultazioni con varie istituzioni dello stato, con la società civile, come le comunità religiose e con le associazioni professionali, ho preso la decisione di rimandare la legge sulla famiglia in Parlamento per una seconda lettura».
E il Parlamento, che non riesaminerà la legge prima della fine del mese sacro del Ramadan il 21 settembre, sicuramente la rivedrà in senso più restrittivo, cancellando alcune delle conquiste più importanti delle donne maliane.
Paese tradizionalista e a stragrande maggioranza musulmana, il Mali ha tuttavia un’impronta laica e una società civile molto attiva (in cui le donne hanno un ruolo tutt’altro che secondario) ed è probabile che l’alzata di scudi del consiglio islamico e l’ampiezza delle manifestazioni che ha saputo organizzare abbiano colto di sorpresa lo stesso presidente, che ha così deciso di non acutizzare le tensioni e rimandare la legge in Parlamento «per una seconda lettura». Touré ha detto che questa sua decisione non significa che la legge viene respinta, ma che vuole semplicemente chiedere al Parlamento di correggere «alcune imperfezioni», in modo da ottenere un sostegno più ampio.
Grande soddisfazioni è stata espressa dall’Alto consiglio islamico, che aveva minacciato ulteriori proteste. Le donne, da parte loro, non si danno per vinte e sperano di riuscire a volgere a proprio vantaggio la mossa del presidente, convincendo tutti della bontà del nuovo codice. «Facciamo appello agli uni e agli altri per organizzare larghe consultazioni per mettere l’unità nazionale al di sopra di tutto. Nel nostro paese, tutti sono per la promozione della donna. Ma, quando ci sono incomprensioni, bisogna sedersi, discutere e trovare soluzioni adeguate», ha detto Dembélé Oulématou Sow, presidentessa della Federazione nazionale dei collettivi di organizzazioni femminili in Mali.”



Uomini che odiano le donne
24 giugno 2009, 11:05
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La guerra feroce dei maschi sconfitti
di Valeria Viganò su l’Unità di oggi

Ieri a Milano l’ennesimo omicidio di una donna. Era davanti all’asilo nido col suo bambino di due anni in braccio. L’ex marito l’ha uccisa a coltellate. Erano separati da quattro mesi

Ieri. Un asilo nido come gli altri, a Milano est, un’ora solita della mattina, le 8 e 40. Una mamma che porta il figlio di due anni in braccio in mezzo a tante altre mamme. Un cortile prima dell’ingresso pieno di bambini. Lo scenario semplice delle chiacchiere e dei saluti, manine che si agitano, sorrisi affettuosi. Il mondo dell’infanzia viene profanato all’improvviso da un padre, pregiudicato sì, ma sempre padre. È accanto alla mamma che tiene abbracciato il figlio e contemporaneamente e fatalmente riceve una telefonata. Il padre ha con sé un coltello da cucina. Perché? In un baleno ficca l’arma in petto alla ex-moglie, lei barcolla, lui la colpisce quattro volte tra le urla di terrore di chi è presente. La ammazza. Ma prima che lei crolli, una bidella riesce a afferrare il piccolo e scappare via. Cronaca cruda di una violenza intollerabile. Cronaca che si ripete quasi quotidianamente in un elenco interminabile di vittime predestinate: tutte donne. Una vera e propria guerra sanguinaria contro un sesso che ha solo una colpa: non si sottomette più, non piega più la testa, non acconsente per dovere, pensa in autonomia, Si pensa libero come l’altro, il maschile.
La guerra disperata degli uomini usa molte armi cruente: pugni, calci, stupri, coltellate, pistolettate, fucilate. Passa per le grandi metropoli e i piccoli centri di provincia, da nord a sud. È perpetrata da maschi di ogni età. Le motivazioni di questa guerra passano da una debolezza piena di incapacità, da una cecità, un rifiuto, una pochezza, dalla rabbia che si fa forza belluina. La rabbia di non poter più pretendere di essere amati nei modi e nei tempi decisi da una sola parte, la loro. E la rabbia di non poter più gestire un matrimonio, una convivenza, i figli senza contraddittorio.
Gli uomini si sentono spodestati dalla maturazione femminile degli ultimi quarant’anni, dalla consapevolezza e dalla voglia di parità che le donne hanno pensato, elaborato, messo in atto tra mille fatiche ma alle quali non vogliono e non possono più rinunciare. La chiamerei desiderio di pari dignità della persona umana. Alla quale gli uomini non erano storicamente abituati e per la quale in questi quarant’anni non hanno speso che pochi spiccioli. Disinteressati, inermi o sempre più incazzati non hanno reagito con la riflessione, ma con l’incomprensione di un processo evolutivo della società civile nella sua interezza. Solo i più sensibili hanno ascoltato, provato a accompagnare il mutamento che toglieva loro potere e comando.
I molti maschi che non accettano la propria apparente sconfitta non l’hanno tollerato. Senza altre armi dialettiche hanno cominciato a la guerra su due fronti: il primo, appena meno violento, è la riproposizione non di un modello casalingo retrò ma di un modello femminile puttanesco di impronta televisiva, corroborato dal do ut des dei potenti; il secondo appartiene a chi non ha quel potere e nessuna merce di scambio. Troppi uomini che non accedono alla possibilità del ricatto usano la furia. Puniscono. Costringono. E, quando vedono che non riescono più a stare al passo con le donne che dicono di amare, le uccidono.

Manifesto del rapper Noyz Narcos in programma il prossimo 25 giugno all'INIT Club di Roma

Manifesto del rapper Noyz Narcos in programma il prossimo 25 giugno all'INIT Club di Roma

Femminicidio. Si dice così. Questo termine indica la violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta contro la donna «in quanto donna». E’ stato coniato in occasione dei fatti di Ciudad Juarez, in Messico.
“Il femminicidio ci riguarda tutte” dice la giurista Barbara Spinelli nel suo blog “entra quotidianamente nelle nostre case, dalle pagine dei giornali, nelle aule dei tribunali, dalle confidenze di conoscenti che magari non sono neppure consapevoli di esserne vittime, e credono che, in fondo, tutto sommato, nella coppia il conflitto violento sia un fatto “normale”. Due anni fa, Roberto Spaccino uccise, strangolandola, sue moglie Barbara Cicioni incinta di 8 mesi. Vi invitiamo a rileggere i post che la Spinelli dedica al processo perché “a differenza del processo Meredith, una storia di sesso, droga, disagio giovanile, morbosamente seguita da media e pubblico, il processo Spaccino è emblematico dei nostri giorni, del radicamento della cultura patriarcale, del sessismo, della crisi del modello famigliare classico. Oltre la storia processuale, in questo esame, nelle testimonianze assunte in dibattimento, la storia di una relazione, la storia di come si concepisce ancora, nella mente di tanti italiani medi, la famiglia, e la relazione con le donne, quelle per bene, “il cervello di tutto”, che si prendono come moglie, ci si litiga, ci si discute per il lavoro, per la gestione dei soldi, per gelosia, e quelle per male, che quando capita, senza rovinare il rapporto coniugale, si abbordano, si seducono, si portano a fare cenette, si portano a letto.”
Per la cronaca, Spaccino (condannato all’ergastolo il 16 Maggio scorso) l’altro ieri ha scritto una lettera nella quale afferma di provare ”tanto dolore e rabbia” pensando che l’assassino della moglie e della figlia ”è ancora libero”.

Il libro di Barbara Spinelli e l’Indagine sul femminicidio in Italia nel 2008.



Percorsi consapevoli di storia femminile
14 maggio 2009, 14:15
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Befreier

Un omaggio in tre film alla cineasta tedesca
Helke Sander, la rivoluzione femminista delle immagini
di Elfi Reiter
pubblicato su ilmanifesto il 12.05.2009

«Se si riuscisse un giorno ad analizzare l’amore, a far vedere quanto e in che modo i problemi della società vengono ‘privatizzati’ e come si continui a voler risolvere conflitti oggettivi in modo individuale, i film così realizzati scatenerebbero rivoluzioni e potrebbero contribuire a formare l’uomo nuovo», aveva scritto nel marzo 1968 provocatoriamente Helke Sander, allora studentessa alla Dffb, la scuola di cinema di Berlino.
Oggi, quarant’anni dopo, possiamo dire che lei stessa ha contribuito a compiere questa analisi, con film intensi in cui ha fatto luce sui tabù (o i falsi miti) della condizione femminili e proposto percorsi alternativi, più consapevoli, della propria storia, sociale e individuale. Ma anche attraverso una continua scrittura, giornalistica e narrativa: fu lei a fondare la prima e unica rivista europea femminista di cinema Frauen und Film (Donne e cinema) nel 1974. Alla sua poetica politica era dedicata una delle Finestre dell’ottava edizione del Tekfestival (…). Tra gli oltre venti film realizzati da Helke Sander, Tekfestival ne ha scelti tre abbastanza rappresentativi del suo impegno di attivista femminista e co-fondatrice di molte iniziative a favore di una politica per le donne a 360 gradi.
Il primo, Eine Prämie für Irene (Un premio per Irene) realizzato nel 1971, descrive la situazione non facile di una donna single con due figli, e fu anche critica dei cosiddetti Berliner Arbeiterfilm, i numerosi documentari girati all’epoca che indagavano i conflitti nelle fabbriche puntando però l’attenzione quasi esclusivamente sugli operai uomini dimenticandosi delle donne. Di grande fascino visivo, soprattutto perché girato in uno splendido bianco e nero a Berlino, a ridosso del muro e delle sue implicazioni nella vita quotidiana nella città divisa, è Redupers-Die allseitig reduzierte Persönlichkeit che nel titolo (La personalità generalmente ridotta), che si prendeva gioco dello slogan vigente nella ex-Rdt sulla «personalità socialista generalmente evoluta», affrontando la frammentazione nella vita moderna di una donna. Il delicato tema del Muro di Berlino è svolto sia dal punto di vista politico che come metafora della «separazione».
«Il punto interessante è che oggi il film è considerato quasi un documentario, benché allora, nel 1977, fosse di finzione», aveva detto Helke Sander lo scorso gennaio, al Trieste Film Festival, dove il film era parte di un omaggio ai vent’anni dalla caduta di quei 43 km di sbarramento anteriore verso Berlino ovest costruito il 13 agosto 1961. E nel suo film erano anche apparse le prime scritte su quella intoccabile superficie che sarebbe diventata ambìta galleria d’arte all’aperto.
Un tema talmente tabù da richiedere molti anni per realizzarlo è stato affrontato nel documentario in due parti, BeFreier und Befreite (La libertà dei liberatori): la violenza sessuale operata dai soldati delle truppe alleate alla fine della seconda guerra mondiale, giocando col doppio senso (intraducibile) della parola BeFreier che significa «liberatori» ma allude anche al Freier che designa «l’amante». Il film che fu presentato alla Berlinale nel ’92, fece il giro del mondo, fu pluripremiato e scatenò grandi discussioni negli Stati uniti. All’origine c’erano lunghe ricerche per chiarire cosa accadde realmente a Berlino nel 1945, una serie di fatti per tanto tempo liquidati come «violenze sessuali di massa». Per trovare numeri e prove, la cineasta (poi supportata dalla storica Barbara Johr) ha frugato negli archivi tedeschi e internazionali, negli ospedali, in uffici anagrafi, fabbriche di medicinali e da persone private. La prima parte storico-politica fa parlare (spesso per la prima volta) alcune delle donne violentate, cerca testimonianze tra soldati/esse dell’armata rossa, con dati e immagini d’archivio. La seconda tematizza le conseguenze: uomini e donne nati/e da atti di violenza narrano le loro vite, si alza il velo sul comportamento della Wehrmacht nelle zone occupate, sui problemi medici, giuridici e sociali delle violenze subite. Visioni agghiaccianti, ancor più di fronte alla interpretazione dei dati da parte dell’esperto in esilio, profughi e espulsioni, ma necessaria scrittura per immagini della Storia.

Qui, su amazon, il libro BeFreier und Befreite. Krieg, Vergewaltigungen, Kinder e il film.

Abbiamo letto anche La politica vissuta dei film di Helke Sander di Anne Preckel; e Berlino, un film porta alla luce il drammatico stupro di massa dei liberatori sovietici di Lietta Tornabuoni su La Stampa.
La biografia di Helke Sander su filmportal.de.



La differenza fra “colore” e violenza
28 aprile 2009, 15:42
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aiwedding

Condividiamo con voi, ammesso che un “voi” dall’altra parte del monitor ci sia davvero, la riflessione che Enza Panebianco fa oggi nel post La violenza contro le donne e il giornalismo creativo sul suo blog femminismo-a-sud.noblogs.org

Tg3 regionale Toscana. Ore 14.00 del 27 aprile 2009. L’annunciatrice presenta il servizio a proposito di una donna che ha patito per dieci ore l’inferno per mano di un uomo. Tutto si svolge a Orbetello. Di entrambi si dice che avevano avuto una relazione e di lei che è una non meglio precisata “ballerina albanese” sequestrata dall’ex amante all’uscita del night dove lei lavorava. Il servizio è di Giancarlo Capecchi.

Riportiamo il testo che il giornalista ha recitato come se si trattasse di una favola senza lieto fine. Nel frattempo scorrevano le immagini dei luoghi e dei carabinieri in azione.
Giancarlo Capecchi così narra la vicenda:

“Un rapimento per amore, per riacquistare il cuore della bella ballerina albanese – Lei, 33 anni, che l’aveva stregato e che voleva chiudere la storia – ma invece del si per un dentista senese di 40 anni sono arrivate le manette.
La storia alle due di notte è avvenuta a Orbetello dove la ballerina lavora in un night club. Il professionista innamorato l’ha saputo, è sceso in maremma, con la sua potente auto, ha visto la donna sulla sua auto appena uscita dal night, l’ha bloccata e ha minacciato lei e un amico che voleva difenderla con una pistola. Poi l’ha costretta a salire e l’ha portata nell’appartamento del fratello vicino a san rocco a pilli, ed è proprio lì che i carabinieri dopo dieci ore da incubo passate dalla donna l’hanno liberata.
L’uomo dovrà rispondere ora di sequestro di persona, porto abusivo di arma, e minaccia aggravata. E rassegnarsi naturalmente a perdere il grande amore.”

Fosse stato un rom non avrebbero neppure specificato la professione. Fosse stata lei una italiana figlia o moglie di un “rispettabile” patriota non si sarebbero permessi di definirla “bella ballerina albanese” dove il bella suona come un insulto sessista e la definizione di ballerina albanese sembra quasi una attenuante per definire le caratteristiche morali della donna.
Ricorre con una frequenza fastidiosa la parola amore, innamorato, stregato. Così come ricorrono frequentissimi e altrettanto inopportuni i riferimenti alla condizione economica dell’uomo.
Lui è ricco, un dentista, un professionista, per di più senese, con una “potente” auto. Lui è innamorato. Così ha deciso il giornalista giacchè la riprova di un sentimento non rappresenta una notizia altrimenti il signor Capecchi avrebbe potuto raccontarci che lei era terrorizzata, forse inorridita, disperata. Volendo applicare la fantasia, di aggettivi se ne possono trovare tanti.
La storia del giornalista però si basa per intero sull’innamoramento dell’uomo arrestato. Lei si può solo definire “bella” e a seguire “ballerina albanese”, si può dire che l’ha stregato e poi che voleva persino chiudere la storia. Con questi presupposti resta evidente un sottinteso: come si è permessa lei di rifiutarsi, di non concedersi e di dare un dolore a questo nobilissimo uomo per il quale alla fine dovremmo essere affrante perchè avrebbe perduto il suo “grande amore”?
Il giornalista non ha potuto omettere il riferimento alla pistola e ha ignorato che se un uomo è “innamorato” porta con se’ doni, carezze, parole belle, talvolta dei vaffanculo ma non un’arma. Il giornalista non ha potuto omettere neppure che la donna ha vissuto dieci ore da incubo. Particolari questi che sono resi invisibili dalla narrazione del fatto.

La questione è abbastanza sconcertante se si pensa che tutto ciò possa avvenire su una televisione pubblica. Non è il commento della apocalittica presentatrice di Italia 1 ne’ quello del pluridecorato sessista di passaggio su rete4.
Si tratta del tg3 e dato che la rai dice di assumere giornalisti che sanno fare il suo mestiere allora ci chiediamo quando si decideranno a fargli un aggiornamento sui linguaggi. Quando un certo modo di fare “giornalismo” potrà essere messo in discussione.
Non pretendiamo la luna. Almeno che si comunichi la notizia e qui la notizia era che la ragazza è stata aggredita, rapita e tenuta sotto sequestro e chissà che altro per dieci ore. C’e’ lo stalking, il sequestro, la minaccia, la violenza. Ci sarebbe piaciuto sapere come sta, giacchè ci sembra che non sia stato poi questo gran divertimento, chi ha avvisato i carabinieri, qualche bella parola contro la violenza maschile sulle donne, un po’ di statistiche e di percentuali, che tipo di risorse e di servizi la toscana mette a disposizione per le donne che sono vittime di violenze, dove sono i centri antiviolenza, se esiste uno sportello donna antiviolenza a Orbetello, a chi dovrebbero rivolgersi le donne nel caso in cui succeda loro una cosa dello stesso genere, cose così. Informazioni dovute da una televisione pubblica che esige il pagamento del canone per rendere un servizio anche alle cittadine.
Invece si da per scontato che sia un fatto di cronaca marginale del quale non si deve parlare perchè non c’e’ di mezzo nessun rom. Così abbiamo saputo tutto dell’aggressore. Come se il perno della notizia fossero le sue pene d’amore. Mancava un riferimento ad eventuali sofferenze nell’infanzia e poi avevamo l’impianto difensivo e l’assoluzione prima di qualunque processo.
Come dire: ci è arrivata notizia di questo “dettaglio” trascorso sul tg3 toscano, lo abbiamo visto e non lo abbiamo gradito. Non lo abbiamo gradito per niente. Dirlo era il minimo.”

Perché svilire una brutta storia di violenza sulle donne in una piccola notizia di colore? Non è un po’ “violenza morale” anche questa?
Nel novembre scorso, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza alle donne, la Federazione internazionale dei giornalisti diffuse il documento “Raccomandazione per l’informazione sulla violenza contro le donne”. Eccolo qui.
AL punto due c’è scritto: Utilizzare un linguaggio esatto e libero da pregiudizi. Ed è scritto in grassetto.

La studiosa del linguaggio Alma Sabatini sostiene che “l’uso di un termine anzichè di un altro comporta una modificazione nel pensiero e nell’atteggiamento di chi lo pronuncia e quindi di chi lo ascolta. La parola è una materializzazione, un’azione vera e propria”. La citazione viene dal sito Il sessismo nei linguaggi, gruppo di studio della casa della donna di Pisa.
Le parole sono importanti…



Essere donna e giornalista. In Nepal.
12 gennaio 2009, 18:39
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UCCISA GIORNALISTA CHE SI OCCUPAVA DI DIRITTI UMANI
fonte: misna.org

Una giornalista che si occupava di diritti delle donne e aveva criticato gli esponenti politici nepalesi è stata pugnalata a morte nel Terai, nella zona meridionale del Nepal. A darne notizia sono oggi fonti della polizia locale, secondo le quali un gruppo di uomini armati è entrato nell’appartamento della giornalista, Uma Singh, a Janakpur e ha pugnalato ripetutamente la donna. Uma Singh, 24 anni, lavorava per il quotidiano locale “Janakpur Today” e per l’emittente radiofonica “Radio Today”. Il sud del Nepal aveva visto diminuire le violenze a partire dal 2006, anno in cui i maoisti hanno posto fine alla guerra civile per presentarsi alle elezioni l’anno successivo; di recente sono sorti diversi gruppi armati, che combattono per ottenere un maggiore grado di autonomia regionale. Secondo le fonti di polizia che hanno comunicato la morte della giornalista, però, non vi sono indizi che coinvolgono questi gruppi armati e il movente dell’omicidio non è ancora chiaro. “Era una giornalista coraggiosa, e questa uccisione brutale mostra chiaramente quali minacce i giornalisti nepalesi si trovino a dover fronteggiare”: ha detto il direttore di “Janakpur Today” durante un corteo di giornalisti che ha attraversato oggi le strade della cittadina, in forma di protesta per l’uccisione di Uma Singh. [MV][CO]

Qui il sito della Federazione dei giornalisti nepalesi.
L’articolo sul sito della Cnn e quello su peacereporter.net.