Concausa


Binyavanga Wainaina
14 novembre 2014, 08:00
Filed under: Africa, Letteratura

Binyavanga Wainaina

Binyavanga Wainaina, lo conoscete? Bhe, dovreste! Leggete “Un giorno scriverò di questo posto“. Dentro c’è un’Africa senza stereotipi o semplificazioni, “non è l’Africa ingorda degli affamati e delle multinazionali ma un’Africa che vuole trarre forza dalla diversità, e che Wainaina restituisce attraverso le proprietà magiche della parola: l’infanzia in Kenya, l’università in Sudafrica, i viaggi in Uganda e poi in Togo, gli scontri brutali tra etnie, le mode occidentali e i colori sgargianti, la confusione delle strade e dei mercati si alternano al tempo sospeso, segreto e provvidenziale della lettura. È nel cuore del romanzo, quando la sterminata e cosmopolita famiglia di Wainaina finalmente si riunisce assumendo le complesse sembianze dell’intero continente, che si attiva l’illuminazione: «Un giorno scriverò di questo posto»”.

Gli scrittori africani vogliono il potere, Internazionale 10 novembre 2014

 



Fenetre e flaneur
15 agosto 2009, 00:13
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Jean Starobinski, raffinato studioso di storia della cultura europea, considera che per ogni flaneur, ovvero per ogni passeggiatore metropolitano ostile a qualsiasi accelerazione dei movimenti, esiste sempre una figura complementare, qui anacronisticamente invocata con un secolo d’anticipo: quella del contemplatore/trice statico/a che guarda dalla finestra o vi si affaccia, scambiando melanconicamente il proprio sguardo con quello dei passanti.”

Elena Agazzi, Berlino. Piccolo manuale di viabilità letteraria, Unicopli, p. 60.



Malgrado tutto Dakhla esiste

Elisabeth Peltier

Elisabeth Peltier ha pubblicato per la casa editrice L’Harmattan “MALGRÉ TOUT DAKHLA EXISTE”, cronache dal campo profughi saharawi di Dakhla nel deserto algerino.
Abbiamo conosciuto Elisabeth nel 2005 e da allora ci siamo incontrati diverse volte laggiù. Laggiù è qui. Mentre, in realtà, dovrebbe essere qui. Speriamo che prossimente qualcosa si muova…

“Et quand j’ai rencontré les Sahraouis, j’ai retrouvé chez ces hommes et ces femmes le même rire malgré la souffrance de l’exil sur cette terre inhospitalière la même volonté à rester debout malgré la paralysie du monde à leur égard la même vision au-delà des apparences sur la capacité de l’être humain à dépasser l’intolérable”

Hors série No 8, 2009
Elisabeth Peltier
MALGRÉ TOUT DAKHLA EXISTE
Chronique d’un campement sahraoui
L’Harmattan, Paris, 240 pages, ISBN : 978-2-296-07492-7

L’Harmattan è un vento invernale, secco e polveroso che soffia dal Sahara al Golfo di Guinea, a nordest e ovest. E’ un vento che solleva sabbia e polveri spingendole perfino in Sudamerica.
Il libro di Elisabeth lo potete trovare qui, sul sito de L’Harmattan Italia, oppure qui, sul sito della Libreria Francese.



L’essere straniera non è un difetto
20 luglio 2009, 01:16
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“1955. Arrivo a Milano. Ho un’idea molto vaga dell’Italia, ammetto di non conoscerla ma tutto mi piace qui. Anzitutto la gentilezza degli italiani. Il loro modo di accoglierti subito, di aiutarti. Il solo fatto di essere una straniera è una qualità in più. Se chiedi dove si trova una strada la risposta è “Venga con me! L’accompagno”. La loro disponibilità mi meraviglia, non ci sono abituata, nella Francia che ho lasciato i rapporti umani sono più freddi e chiedere un’informazione al giornalaio vuol dire disturbare qualcuno che non ha tempo per te. Qui la gente dà l’impressione di essere lì ad aspettarti da sempre. Ti senti viva, e hai l’illusione di esistere. L’essere straniera non è un difetto, anzi è una qualità, e mi regala l’illusione di avere trovato la risposta a tutti i miei problemi fuorché al più importante che, come sempre è sopravvivere, trovarsi un lavoro.”

Helene Visconti, un’amica di un’amica.
Anche lei una “straniera” che avrebbe tanto da scrivere…

Helene Visconti, Straniera, Neri Pozza
Il brano citato si trova a pag. 201.



Meglio esser custodi
16 giugno 2009, 01:12
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« Il momento culminante della mia vita non è stato quando ho vinto premi letterari, o ho scritto libri, ma quando la notte dal 15 al 16 sono partito da qui sul Don con 70 alpini e ho camminato verso occidente per arrivare a casa, e sono riuscito a sganciarmi dal mio caposaldo senza perdere un uomo, e riuscire a partire dalla prima linea organizzando lo sganciamento, quello è stato il capolavoro della mia vita… »
(da Ritratti: Mario Rigoni Stern di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini)

Esattamente un anno fa, “il vecchio” moriva sul suo altopiano.

da Addio sergente Rigoni Stern di Paolo Rumiz, da “la Repubblica”, 18 giugno 2008

Mario Rigoni Stern è morto l’altro ieri sera ad Asiago, nel vicentino, dove era nato nel 1921 e dove era tornato a vivere subito dopo la guerra. Rispettando le volontà dello scrittore, la notizia della sua scomparsa è stata diffusa dai familiari soltanto ieri a funerali avvenuti.
“Son tornato vivo da una guerra. Ho avuto una buona moglie e bravi figli. Ho scritto libri. Ho fatto legna. Me basta e vanza. ‘Desso posso morir in pase”. Così disse il vecchio quando andai a trovarlo l’ultima volta nella sua casa al limitare del bosco, sull’altopiano di Asiago. Era metà marzo, e lui stava in cucina sulla sedia a rotelle, un maglione di lana grezza addosso, davanti a un piatto di salsicce e patate con un bicchiere di rosso. Appena toccai la corteccia della mano – la stretta fu forte come sempre – sentii che non stava morendo, ma solo diventando bosco. Fuori era tutto primule e letame, le cinciallegre e i fringuelli sparavano trilli fenomenali, l’ultima neve splendeva, il disgelo marciava alla grande, tutta la natura si svegliava. Così ricordai quanto mi aveva detto un anno prima. “La primavera è la stagione giusta per partire, perché sai che la vita continua”.
Ma per me il tempo del Mario era l’inverno. Quando nevicava, il primo pensiero era per lui. Ovunque fossi, cercavo la direzione dell’altopiano e dicevo tra me: il vecchio sarà contento, si sarà fregato le mani, avrà buttato altra legna sul fuoco. Insomma, Mario c’era, stava lassù, ed era bello saperlo. Era la garanzia che non tutto era perduto, la natura stava ancora nei binari. “Sono nato alle soglie dell’inverno – così esordisce il suo libro dedicato alle stagioni – e la neve ha accompagnato la mia vita. All’asilo infantile le suore ci avevano insegnato una canzoncina che diceva di un bambino che dormiva in una culla e di una vecchia che cantava, il mento sulla mano: “Nel bel giardino il bimbo s’addormenta / la neve fiocca lenta lenta lenta”.
La Bianca Signora gli aveva portato via i compagni in Russia, ma non la odiava per questo. Quando turbinava in silenzio, usciva arruffato e felice, guardava la radura con quella foresta di capelli matti da giovanotto, barba gelata dal fiato, occhi umidi da cane pastore, poi andava a rovistare in legnaia. Per lui l’inverno era “la tavola grande dove si sta in tanti”, gli sci in spalla, la dispensa piena, le corse e le capriole nella neve. Era soprattutto il tempo della scrittura, della memoria e del racconto. D’inverno vivi e morti si avvicinavano, il Sergente nella Neve tornava, le porte del cielo erano spalancate.
Aveva capito tutto: la montagna è l’ultimo baluardo, l’ultimo serbatoio di risorse in un mondo dilapidato. Sapeva che va difesa a ogni costo, e lui lo faceva: s’era buttato nella sfida con passione civile, a ottant’anni suonati, intervenendo sulla stampa nazionale contro la strategia dell’abbandono. “Il mondo che stiamo vivendo è fatto per consumare – ripeteva – ma consumando consumiamo anche la natura, e quindi l’uomo”. Un giorno s’è augurato di “vivere abbastanza per vedere il mondo rinsavire un po’, con la fine degli sprechi, delle cose inutili, del chiasso, delle luci artificiali che nascondono le stelle”. Senza il suo magistero morale, ora la battaglia per la sopravvivenza di quest’ultimo pezzo di mondo incontaminato diventa più difficile. Oggi non è solo la letteratura che perde un protagonista; è anche la montagna italiana che perde un difensore. (…)
Uscendo, ci fermammo nel soggiorno inondato di sole e bevemmo un bicchiere con la moglie Anna e il figlio Alberico, una montagna d’uomo, assessore all’ambiente del Comune di Asiago. Il Mario continuava a mangiare in silenzio, in cucina, e noi promettemmo di tornare, l’estate, a fare il giro delle malghe, “perché lassù si gioca una battaglia importante”. Bisognava continuare il lavoro del vecchio, non mollare al cemento. Salutammo.
Avevamo già addosso il suo odore, i suoi scarponi e il maglione. Poi salimmo verso l’Ortigara, fin dove la neve bloccò la strada. Eravamo felici.



Solo dopo la riunione
21 aprile 2009, 21:16
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“(…) Questo è il discorso che non tenni alla quarantacinquesima riunione degli ex allievi della scuola, un discorso rivolto a me stesso mascherato da discorso rivolto a loro. Cominciai a comporlo solo dopo la riunione, al buio, a letto, mentre cercavo di capire cosa mi avesse preso. Il tono – troppo meditabondo per la sala da ballo di un country club e per il genere di svago che la gente si sarebbe aspettata – non sembrava affatto sbagliato fra le tre e le sei del mattino, mentre mi sforzavo, nella mia sovreccitazione, di comprendere l’unione che c’era sotto la riunione, l’esperienza comune che ci aveva unito da ragazzi. Nonostante le diverse gradazioni in materia di stenti e privilegi, nonostante lo spreco di ansietà generato da una miscellanea straordinariamente sfumata di liti familiari (liti che, per fortuna, promettevano più infelicità di quanta ne producevano effettivamente), qualcosa di forte ci univa. E ci univa non soltanto per l’identità del luogo da dove venivamo, ma anche per quella del luogo dove volevamo andare, e per come ci saremmo arrivati. Avevamo nuovi mezzi e nuovi fini, nuove devozioni e nuove mire, nuovi visceri: una disinvoltura nuova, una minore agitazione di fronte alle esclusioni che volevano mantenere i gentili. E da quale contesto uscivano queste trasformazioni, da quale dramma storico, fiduciosamente recitato dai suoi piccoli protagonisti in aule scolastiche e cucine che non somigliavano affatto al grande teatro della vita? Tra quali elementi avveniva la collisione che produceva in noi la scintilla?”

Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi, p. 48.



Reazioni istintive
7 febbraio 2009, 11:41
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Da 1984 di George Orwell, via Sagarana:

(…) Un attimo dopo, dal teleschermo in fondo alla sala esplose uno stridio lacerante, terribile, come se a produrlo fosse stata una qualche mostruosa macchina mal lubrificata, un rumore che allegava i denti e faceva rizzare i capelli in testa. L’Odio era cominciato.

Come al solito, era apparso sullo schermo il volto di Emmanuel Goldstein, il Nemico del Popolo. Dal pubblico venne qualche fischio. La donna dai capelli color sabbia emise una specie di gemito, nel quale si mescolavano paura e disgusto. Goldstein era l’apostata, il traditore che tanto, tanto tempo fa (nessuno ricordava quanto) era stato una personalità fra le più insigni del Partito, addirittura quasi allo stesso livello del Grande Fratello, ma poi si era impegnato in attività controrivoluzionarie ed era stato condannato a morte. Dopodichè era evaso e misteriosamente scomparso. Il programma dei Due Minuti d’Odio cambiava ogni giorno, ma Goldstein ne era sempre l’interprete principale. Era il traditore per antonomasia, il primo ad aver contaminato la purezza del Partito. Tutti i crimini commessi successivamente contro il Partito, tutti i tradimenti, gli atti di sabotaggio, le eresie, le deviazioni, erano un’emanazione diretta del suo credo. Egli era tuttora vivo in qualche parte del mondo, a tramare le sue cospirazioni. Forse si trovava in qualche Paese al di là del mare, al soldo e sotto la protezione dei suoi padroni stranieri. Forse, così correva talvolta voce, se ne stava nascosto nella stessa Oceania.

Winston avvertì una stretta al diaframma. Non riusciva a guardare la faccia di Goldstein senza provare un miscuglio di emozioni che gli dava sofferenza. Goldstein aveva uno scarno volto da ebreo, incorniciato da un’ampia e crespa aureola di capelli bianchi e da una barbetta caprina: un volto intelligente e però in qualche modo spregevole, al quale il naso lungo e sottile, su cui poggiava un paio di occhiali, conferiva una certa aria di demenza senile. Sembrava la faccia di una pecora, e anche la voce somigliava a un belato. Ora Goldstein stava rivolgendo il solito attacco velenoso alle dottrine del Partito, un attacco così eccessivo e iniquo che non avrebbe tratto in inganno neanche un bambino e pur tuttavia plausibile quanto bastava a trasmettere l’allarmante sensazione che potesse far presa su persone sufficientemente credule e ingenue. Insultava il Grande Fratello, denunciava la dittatura del Partito, esigeva la rottura immediata della pace con l’Eurasia, chiedeva a gran voce libertà di espressione, libertà di stampa, libertà di associazione, libertà di pensiero, con toni isterici urlava che la rivoluzione era stata tradita, parlando concitatamente ed esprimendosi in uno stile polisillabico che suonava come una parodia del modo di parlare tipico dei membri del Partito e nel quale non mancava, addirittura, qualche parola in neolingua. A dire il vero, ne conteneva più di quante un membro del Partito ne avrebbe usate normalmente. Nel frattempo sul teleschermo alle sue spalle, per sciogliere ogni dubbio sui fini reconditi del suo capzioso sproloquio, marciavano le sterminate colonne dell’esercito eurasiatico: una fila dopo l’altra di uomini massicci, con inespressive facce asiatiche, che passavano a ondate sulla superficie dello schermo e poi sparivano, solo per essere subito sostituiti da altri uomini perfettamente uguali a loro. Il passo battuto dagli stivali dei soldati, monotono e ritmato, faceva da sfondo sonoro alla voce belante di Goldstein.

L’Odio era iniziato da meno di trenta secondi e già da una buona metà dei presenti prorompevano incontrollabili manifestazioni di collera. Quella tronfia faccia ovina sul teleschermo e la terribile possanza dell’esercito eurasiatico alle sue spalle andavano al di là di ogni limite di sopportazione.

In aggiunta a ciò, la vista di Goldstein, o addirittura il suo pensare a lui, producevano automaticamente sentimenti di paura e di rabbia. Goldstein, o addirittura il solo pensare a lui, producevano automaticamente sentimenti di paura e di rabbia. Goldstein, costituiva un oggetto costante d’odio, anche più dell’Eurasia o dell’Estasia, perché quando l’Oceania era in guerra con una di queste potenze, in genere era in pace con l’altra. E però era strano che, sebbene Goldstein fosse il bersaglio dell’odio e del disprezzo collettivo, sebbene ogni giorno e per migliaia di volte, dall’alto di un podio o da un teleschermo, in libri o giornali, le sue teorie venissero confutate, fatte a pezzi, ridicolizzate ed esposte al pubblico ludibrio per quella spazzatura che erano, malgrado tutto ciò, la sua influenza non sembrava subire colpi. Vi erano sempre dei gonzi nuovi in attesa di essere sedotti da lui, né passava giorno senza che la Psicopolizia smascherasse spie e sabotatori che agivano sotto le sue direttive. Era il comandante in capo di un enorme esercito ombra, di una rete sotterranea di cospiratori votati al sovvertimento dello Stato. Pare che si chiamasse la Confraternita. Si mormorava anche dell’esistenza di un libro terribile, una sorta di compendio di tutte le eresie, di cui Goldstein era l’autore e che circolava in copie clandestine. Non aveva titolo. Per la gente era, semplicemente, il libro . Ma queste cose erano soltanto il frutto di dicerie indistinte: a meno che non fosse impossibile evitarlo, tanto la Confraternita che il libro erano argomenti che nessun membro ordinario del Partito avrebbe mai menzionato.

Nel secondo minuto, l’Odio raggiunse il parossismo. I presenti si sedevano e balzavano in piedi di continuo, urlando con tutte le loro forze nel tentativo di coprire l’esasperante belato che proveniva dal teleschermo; la donna dai capelli color sabbia si era fatta tutta rossa in faccia, mentre la bocca le si apriva e chiudeva come quella di un pesce tirato fuori dall’acqua. Perfino il tozzo volto di O’Brien si era infiammato. Sedeva ben dritto al suo posto, col petto poderoso che si gonfiava e fremeva come se dovesse reggere l’impatto di un’onda. La ragazza dai capelli neri che sedeva alle spalle di Winston aveva cominciato a urlare: “Porco! Porco! Porco!”. A un tratto afferrò un pesante dizionario di neolingua e lo scagliò contro lo schermo: il volume colpì il naso di Goldstein, poi rimbalzò via, mentre la voce seguitava inesorabilmente a farsi sentire. In un momento di lucidità Winston si rese conto che stava gridando come tutti gli altri, battendo con forza il tallone contro il piolo della sedia. La cosa orribile dei Due Minuti d’Odio era che nessuno veniva obbligato a recitare. Evitare di farsi coinvolgere era infatti impossibile. Un’estasi orrenda, indotta da un misto di paura e di sordo rancore, un desiderio di uccidere, di torturare, di spaccare facce a martellate, sembrava attraversare come una corrente elettrica tutte le persone lì raccolte, trasformando il singolo individuo, anche contro la sua volontà, in un folle urlante, il volto alterato da smorfie. E tuttavia, la rabbia che ognuno provava costituiva un’emozione astratta, indiretta, che era possibile spostare da un oggetto all’altro come una fiamma ossidrica. Così, un istante dopo, l’odio di Winston non era più rivolto contro Goldstein, ma contro il Grande Fratello, il Partito e la Psicopolizia. In momenti simili il suo affetto andava a quel solitario e deriso eretico sullo schermo, difensore unico della verità e della sanità mentale in un mondo di menzogne. Passava un altro istante, e Winston si ritrovava in perfetta sintonia con quelli intorno a lui e tutto ciò che si diceva di Goldstein gli sembrava vero. Allora l’intimo disgusto che avvertiva nei confronti del Grande Fratello si mutava in adorazione e il Grande Fratello pareva sollevarsi ad altezze vertiginose, protettore invincibile e impavido, immoto come una roccia davanti alle orde dell’Asia, e Goldstein, a dispetto del suo isolamento, della sua impotenza e dei dubbi che avvolgevano la sua stessa esistenza, appariva come un sinistro incantatore, capace di abbattere l’edificio della civiltà con la sola forza della sua voce.

In qualche momento era perfino possibile dirigere il proprio odio da una parte all’altra, assecondando un atto libero della volontà. All’improvviso, col medesimo sforzo con cui si solleva la testa dal cuscino quando si vuole uscire da un incubo, Winston riusciva a trasferire il suo odio dal volto sullo schermo alla ragazza dai capelli neri seduta dietro di lui. Allucinazioni vivide, splendide gli attraversano la mente: la bastonava a morte con un manganello di caucciù, la legava nuda a un palo e la trapassava con un nugolo di frecce, come san Sebastiano, la violentava, sgozzandola al momento dell’orgasmo.

In casi del genere capiva anche perché la odiava. La odiava perché era giovane, bella e frigida, perché voleva andare a letto con lei e questo non sarebbe mai stato possibile, perché attorno alla sua vita morbida e flessuosa, che sembrava chiedere di essere abbracciata, girava quella odiosa fascia scarlatta, simbolo di un’aggressiva castità.

L’Odio raggiunse il culmine. La voce di Goldstein era diventata adesso un belato a tutti gli effetti. Per un istante la sua faccia si trasformò in quella di una pecora, che a sua volta si dissolse nella figura di un soldato eurasiatico che avanzava, enorme e spaventevole, sparando raffiche dalla mitragliatrice. Parve anzi che il soldato fuoriuscisse dallo schermo, tanto che alcuni di quelli che occupavano la prima fila fecero un balzo all’indietro sui sedili. Nello stesso momento, però, facendo tirare a tutti un sospiro di sollievo, la sua minacciosa figura si dissolse per lasciare il posto al volto del Grande Fratello, i capelli e i baffi neri, irraggiante forza e una misteriosa serenità. Così grande che quasi riempiva lo schermo. Nessuno udì quello che il Grande Fratello stava dicendo. Erano solo parole d’incoraggiamento, di quelle che si dicono nel fragore della battaglia, impossibili a distinguersi, ma che fanno riacquistare fiducia per il solo fatto di essere pronunciate. Poi anche il suo volto si dissolse, per lasciare il posto ai tre slogan del Partito, vergati in lettere maiuscole:

LA GUERRA E ‘ PACE
LA LIBERTA ‘ E’ SCHIAVITU’
L’IGNORANZA E’ FORZA

Il volto del Grande Fratello parve però indugiare per diversi secondi sullo schermo, come se l’impatto che aveva esercitato sulle pupille dei presenti fosse troppo intenso per poter essere eliminato all’improvviso. La donna dai capelli color sabbia, allungandosi al di sopra del sedile che aveva davanti, tese le braccia verso lo schermo e mosse le labbra in un tremulo bisbiglio nel quale parve di poter distinguere le parole “Mio salvatore!”, dopodichè nascose il volto fra le mani. Era chiaro che stava pregando.

In quel momento tutti intonarono una sorta di salmodia lenta, ritmata, solenne: “G.F.!…G.F.!…G.F!” incessantemente, lentamente, con una lunga pausa fra la G e la F , un murmure sordo e in un certo senso selvaggio, nel cui fondo sembrava di udire il battito cadenzato di piedi nudi e le vibrazioni dei tam-tam. Continuarono a cantare per quasi trenta secondi, seguendo un rituale che si ripeteva quasi tutte le volte in cui l’emozione si faceva particolarmente forte. Si trattava in parte di un inno alla saggezza e alla maestà del Grande Fratello, ma soprattutto di un atto di autoipnosi, di un volontario ottundimento della coscienza, raggiunto per mezzo del ritmo. Winston avvertì un gelo alle viscere. Durante i Due Minuti d’Odio non poteva sottrarsi al delirio generale, ma questo canto primitivo, “G.F!…G.F!” lo riempiva sempre di orrore. Naturalmente, cantava come tutti gli altri, era impossibile fare altrimenti: dissimulare i propri sentimenti, controllare i movimenti del volto, fare quello che facevano gli altri, era una reazione istintiva.

Qui sotto il 1984 di Michael Radford