Concausa


Somalia: un milione e mezzo di profughi
8 settembre 2009, 15:05
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Somalia-3

La Somalia ha un milione e mezzo di profughi interni. Lo ha riferito ieri la portavoce dell’Unhcr, Roberta Russo. Donne e bambini, per mettersi in salvo dalle quotidiane violazioni dei diritti umani, cercano rifugio in aree più sicure del proprio Paese.
“Alla fine di marzo, il numero dei profughi interni in Somalia era di 1,3 milioni; aumentato poi a causa dei violenti combattimenti, sopratutto a Mogadiscio. Ma negli ultimi due mesi, in particolare nelle capitale, i combattimenti sono ripresi con estrema violenza, e l’Onu segnala che ci sono circa 95.000 nuovi profughi, 77.000 dei quali in fuga dalla capitale”, scrive qui peacereporter.
Qui, sul sito dell’IRIN, trovate maggiori dettagli. Uno su tutti: 3 milioni e 800 mila somali, quasi metà della popolazione, ha urgente bisogno di aiuti umanitari.

Somalia: un incubo senza fine
di Matteo Guglielmo su Limes;
Sommet de l’Union africaine : pas de mesures concrètes contre les conflits su jeuneafrique.



Piove sul diluvio*
6 settembre 2009, 11:20
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A broken damn, overflowing tributaries and now fallen homes in Niger's Agadez commune. Photo taken 2 September 2009 © OCHA Niger

A broken damn, overflowing tributaries and now fallen homes in Niger's Agadez commune. Photo taken 2 September 2009 © OCHA Niger

ALLUVIONI NELL’OVEST: INGENTI DANNI, EMERGENZA SFOLLATI
fonte: Misna 4/9/2009 16.11

Almeno 350.000 persone sono state colpite dalle recenti piogge torrenziali, secondo stime diffuse dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli Affari umanitari (Ocha), in diversi paesi dell’Africa occidentale. L’ente dell’Onu avverte anche dei rischi crescenti di diffusione di malattie causate dalle acque insalubri (malaria, febbre gialla e colera) e sottolinea che le gravi alterazioni climatiche colpiscono popolazioni stabilite in zone urbane inadeguate e già vittime di una povertà diffusa. La stampa continentale riferisce soprattutto la vasta entità dei danni materiali e le distruzioni di infrastrutture che ostacolano i soccorsi. In Niger, in una zona abitualmente arida, le acque del Telwa hanno allagato la città di Agadez, rompendo la diga locale: almeno tre persone sono morte, circa 7000 famiglie hanno perso la casa e numerose infrastrutture cittadine sono inagibili. In Senegal, dove 30.000 case sono state allagate, l’emergenza riguarda gli sfollati della periferia di Dakar; se le autorità hanno deciso di riattivare il piano di soccorso ‘Orsec’ ideato nel 2005, la stampa senegalese riferisce lo scontento diffuso della popolazione per l’inadeguatezza degli interventi dello stato. In Ghana, si registrano 25 morti mentre 10.000 persone sono rimaste senza alloggio in Guinea. In Mauritania, in particolare nelle zone sud occidentali, il maltempo ha causato un morto e migliaia di senza tetto, aiutati tra l’altro dall’Algeria che ha inviato 35 tonnellate di derrate alimentari e un centinaia di tende per ospitargli. Il governo togolese segnala che a causa delle forti piogge la capitale nella regione dei Plateaux (sud-ovest), Atakpamém è ‘tagliata’ in due dopo il crollo del ponte che collega il centro città con i quartieri periferici.
[VV]

BURKINA FASO-GHANA: One country’s dam, another’s flood, IRIN humanitarian news and analysis;
UN warns on West Africa floods, BBC Africa.

* Tonino Guerra, Piove sul diluvio, Capitani Editore, Rimini, 1997



Non credere di avere diritti
25 agosto 2009, 14:32
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photo Swiatoslaw Wojtkowiak (www.nygus.info)

photo Swiatoslaw Wojtkowiak (www.nygus.info)

Nella notte fra il 3 e il 4 Agosto, dopo più di dieci anni di discussione, il Mali ha adottato un nuovo Codice di famiglia (117 deputati hanno votato a favore, 5 contrari e 4 astenuti). Fra i 1.100 nuovi articoli introdotti, molti riguardano i diritti delle donne: 18 anni come età minima per contrarre il matrimonio, diritti di successione estesi ai figli nati fuori dal matrimonio e alle figlie femmine, introduzione del divorzio consensuale e soppressione del “dovere d’obbedienza” della moglie nei confronti del marito.
Ma non a tutti piace l’Égalité fra l’uomo e la donna. Sabato scorso a Bamako circa 50.000 persone hanno partecipato a un incontro organizzato dall’Alto Consiglio Islamico del Mali. All’ordine del giorno respingere il nuovo codice sulla persona e la famiglia. “Siamo molto delusi, per almeno due disposizioni” – si rammarica Mohamed Kimbiri, direttore di radio Dambé. “Che i figli naturali, cioè nati fuori del matrimonio siano riconosciuti in successione, e che le figlie ricevano una quota pari al figlio maschio – e non la metà come prima – è in contraddizione con la legge islamica ”
Qui “da noi”, citando (e scherzando), si direbbe “Pole la donna permettissi di pareggiare coll’omo?” Tornando seri, vi segnialiamo qualche articolo per approfondire: MALI: Threats of violence greet new family code, Le nouveau Code de la famille, une grande avancée pour les femmes e Code de la famille : “La femme reste femme et l’homme reste homme”.
Saranno le donne a salvare l’Africa?

———————–

Stefano Liberti il 28 Agosto ha pubblicato sul manifesto il pezzo che segue:
AMADOU TOUMANI TOURÉ – Il presidente rimanda al Parlameno il nuovo codice della famiglia
Donne, il Mali fa dietro front
La nuova legge parificava i sessi nel matrimonio e nell’eredità
Una sconfitta per le donne maliane. Il nuovo codice della famiglia, per ottenere il quale avevano lottato strenuamente negli ultimi dieci anni, è stato rispedito ieri indietro al Parlamento dal presidente Amadou Toumani Touré «per il bene dell’unità nazionale».
Approvata all’inizio del mese dall’Assemblea nazionale con un vero e proprio plebiscito (117 sì, 4 no e 5 astenuti), la legge allargava notevolmente i diritti delle donne, che cessavano di dover «obbedienza al marito» e ottenevano maggiori diritti d’eredità. Portava il limite minimo d’età per il matrimonio a 18 anni e definiva lo stesso matrimonio una «istituzione laica», in cui i due coniugi vedevano parificati i propri diritti e doveri. Inoltre, secondo la nuova legge, la donna avrebbe potuto iniziare un’attività senza il consenso del marito (cosa oggi impossibile) e conferire la nazionalità maliana ai mariti stranieri (prerogativa finora riservata ai soli uomini).
Tutti questi punti – in particolare l’uguaglianza dei diritti uomo-donna sia all’interno del matrimonio che nella linea ereditaria – hanno fatto sussultare l’Alto consiglio islamico, che ha organizzato manifestazioni in tutto il paese e fatto pressioni sul presidente affinché non promulgasse la legge. Dopo il voto favorevole in Parlamento, varie proteste sono state organizzate, l’ultima delle quali ha portato in piazza lo scorso week-end 50mila persone nella capitale Bamako.
E alla fine ATT, come viene chiamato il capo di stato maliano, ha ceduto alla piazza, sebbene fosse stato lui stesso tra i principali sostenitori del nuovo codice di famiglia. In un messaggio televisivo, il presidente ha detto che «dopo diverse consultazioni con varie istituzioni dello stato, con la società civile, come le comunità religiose e con le associazioni professionali, ho preso la decisione di rimandare la legge sulla famiglia in Parlamento per una seconda lettura».
E il Parlamento, che non riesaminerà la legge prima della fine del mese sacro del Ramadan il 21 settembre, sicuramente la rivedrà in senso più restrittivo, cancellando alcune delle conquiste più importanti delle donne maliane.
Paese tradizionalista e a stragrande maggioranza musulmana, il Mali ha tuttavia un’impronta laica e una società civile molto attiva (in cui le donne hanno un ruolo tutt’altro che secondario) ed è probabile che l’alzata di scudi del consiglio islamico e l’ampiezza delle manifestazioni che ha saputo organizzare abbiano colto di sorpresa lo stesso presidente, che ha così deciso di non acutizzare le tensioni e rimandare la legge in Parlamento «per una seconda lettura». Touré ha detto che questa sua decisione non significa che la legge viene respinta, ma che vuole semplicemente chiedere al Parlamento di correggere «alcune imperfezioni», in modo da ottenere un sostegno più ampio.
Grande soddisfazioni è stata espressa dall’Alto consiglio islamico, che aveva minacciato ulteriori proteste. Le donne, da parte loro, non si danno per vinte e sperano di riuscire a volgere a proprio vantaggio la mossa del presidente, convincendo tutti della bontà del nuovo codice. «Facciamo appello agli uni e agli altri per organizzare larghe consultazioni per mettere l’unità nazionale al di sopra di tutto. Nel nostro paese, tutti sono per la promozione della donna. Ma, quando ci sono incomprensioni, bisogna sedersi, discutere e trovare soluzioni adeguate», ha detto Dembélé Oulématou Sow, presidentessa della Federazione nazionale dei collettivi di organizzazioni femminili in Mali.”



La schiavitù in Mauritania
10 febbraio 2009, 08:00
Filed under: Africa, Diritti umani | Tag: , , ,

taube-hmeid-esclave
La schiavitù in Mauritania – Intervista a Biram Dah Abeid
fonte:ossin.org (via cridem.org)

Biram Dah Abeid è dirigente della associazione mauritana SOS Esclave e consigliere della Commission Nationale de Droit de l’Homme in Mauritania. Lui stesso ex schiavo, è impegnato da anni nella lotta per l’abolizione della schiavitù nel suo paese. Ossin lo ha intervistato in occasione di un suo recente viaggio in Italia.

Domanda: Può parlare dell’associazione SOS ESCLAVE al pubblico italiano?
Risposta: SOS Enclave è un’associazione che si occupa in generale dei diritti dell’uomo, ma che mette al centro del proprio intervento la lotta alla schiavitù in Mauritania. E’ stata fondata nel 1995 ed ha lavorato in clandestinità, fino al riconoscimento da parte del governo della Mauritania nel 2005.
L’azione di SOS ESCLAVE è stata caratterizzata da tensioni e conflitti coi diversi governi della Mauritania, soprattutto in relazione ai fenomeni della schiavitù domestica, agricola a sessuale, che persiste e le cui vittime sono numerosissime. Esse ammontano ancora a centinaia di migliaia, in virtù della loro nascita, secondo i costumi e la religione di questo paese.
SOS ESCLAVE ha molto lavorato per la difesa di tutte le vittime di violazioni dei diritti umani, come la tortura, gli arresti arbitrari, le sparizioni forzate, i processi iniqui, ma impegnandosi anche a favore di altri strati vulnerabili della società, come le donne, i minori, gli handicappati e le vittime della tratta degli esseri umani, per non citarne che alcuni.

Domanda: La schiavitù è stata vietata in Mauritania sono nel 1981. Perché questa anomalia nell’ambito del diritto internazionale?
Risposta: La storia del contesto giuridico che regola la schiavitù nella società moresca non è stata mai ispirata a caratteri abolizionisti. Al contrario, già prima dell’Islam, la schiavitù era molto ben radicata nelle società degli uomini di queste regioni saharo-saheliane. E dopo la diffusione dell’islam, i gruppi dominanti sia delle comunità arabe, che berbere e nere, sono riusciti a strumentalizzare la nuova religione per legittimare e rafforzare un sistema sociale schiavista. In seguito, durante la penetrazione coloniale, gli arabo-berberi firmarono coi colonizzatori francesi trattati che contenevano clausole non scritte, ma assai imperative, tali da assicurare loro un’abbondante mano d’opera servile. E ancora, dopo l’indipendenza della Mauritania nel 1960, queste stesse élite arabo-berbere hanno ereditato lo Stato post-coloniale dalla Francia, nascondendo e conservando la schiavitù, nonostante la promulgazione di costituzioni e leggi in teoria egualitarie e la ratifica di molte convenzioni, per ingannare la comunità internazionale.
Nel 1981 la schiavitù è stata abolita, senza però che fosse criminalizzata o sanzionata, e l’art. 2 di questa legge di abolizione (il cui decreto applicativo non è stato mai varato) recita: “Lo Stato risarcirà gli aventi diritto”, aventi diritto che altri non sono se non i padroni degli schiavi, ai quali si è promesso una contropartita per l’abolizione. Dunque questa abolizione paradossalmente è stata un riconoscimento de facto e de iure della legittimità e della sacralità della schiavitù in Mauritania. Così i padroni hanno continuato bellamente a tenere sequestrata una numerosa popolazione servile, reclamando crediti verso lo Stato, alla luce di questa abolizione che si è trasformata in ordinanza di sequestro degli schiavi.
Nel 2007, il primo presidente democraticamente eletto in Mauritania ha fatto votare una legge che criminalizza la schiavitù e le pratiche schiaviste. Forte di questa legge io stesso, in qualità di incaricato di SOS ESCLAVE e di consigliere della Commissione Nazionale per i diritti dell’uomo, sono riuscito a liberare 43 vittime di schiavitù domestica, presentando questi casi davanti alle Autorità amministrative, giudiziarie e di polizia. E tuttavia non è stata avviata alcuna inchiesta o procedimento penale, ciò che vuol dire che la legge è sempre lettera morta, perché sono i membri dei gruppi favorevoli alla schiavitù che dominano la giustizia, l’amministrazione, l’esercito, la diplomazia, la stampa ed il governo….

Domanda: La schiavitù è stata vietata, ma non è ancora considerata un crimine in Mauritania. Che cosa propone la sua associazione in proposito?
Risposta: Nella nostra società la schiavitù, invece di essere considerato un crimine, è considerato invece come un valore sociale, più ancora come un dogma della religione mussulmana, un pilastro per i credenti e della fede in Dio. D’altra parte la società è assai gerarchizzata, divisa in caste in modo tale che i gruppi dominanti arabo-berberi devono continuare ad assicurasi una mano d’opera servile e gratuita attraverso la schiavitù, perché i modelli di vita e la divisione dei ruoli impongono la schiavitù, anche se si tratta di qualcosa di anacronistico e gravido di conseguenze negative sulla convivenza civile.
In proposito la nostra associazione propone una campagna nazionale sistematica di delegittimazione della schiavitù. Questa campagna deve essere diretta dalla superiori autorità dello Stato e dai capi religiosi, oltre che dai deputati e dai componenti della società civile, per far comprendere a tutti i cittadini che la schiavitù non è solo una vergogna ed un crimine, ma è anche contraria alla religione mussulmana e che rappresenta un grave pericolo per l’unità nazionale in Mauritania e la convivenza civile, tenuto conto del gran numero di schiavi ed ex schiavi che subiscono le gravi conseguenze della schiavitù.
Occorre anche che la legge sia applicata in modo sistematico e rigoroso per funzionare come una dissuasione rispetto alle pratiche schiaviste. Infine occorre che lo Stato si faccia carico dell’emancipazione economica, sociale e culturale degli schiavi, creando per loro migliori condizioni economiche, secolarizzandoli e dotando i loro villaggi e le loro bidonville di infrastrutture sanitarie ed idrauliche, aiutando coloro che lasciano i padroni ad inserirsi nella società.

Domanda: Quale opinione avete del colpo di Stato militare?
Risposta: La mia opinione sul colpo di stato del 6 agosto 2008 in Mauritania è che si tratta di una reazione dei gruppi dominanti degli ambienti arabo-berberi razzisti, schiavisti e corrotti contro la democrazia, lo Stato di diritto ed il buon governo in Mauritania.
Costituisce anche un pericolo per la stabilità politica e la democratizzazione in Africa e nella regione. E’ anche una sfida per la diplomazia europea ed occidentale, per capire fino a quel punto essa possa mantenere fermi i principi che sono alla base delle relazioni col resto del mondo.

Domanda: Quale è la situazione sociale in Mauritania?
Risposta: La situazione in Mauritania è molto critica: c’è una minoranza etnica e di classe, gli arabo-berberi, che detengono le leve del potere politico, economico e militare del paese a detrimento dei cittadini considerati di seconda categoria, vale a dire le etnie nere (Pulaar, Soninke, Wolof, Barbara), e di quelli considerati ancora più inferiori, come gli haratine (schiavi ed ex schiavi). I neri sono stati vittime di razzismo, di sparizioni forzate, di deportazioni, di estorsioni extra-giudiziarie, di espropriazioni e di allontanamenti massicci dagli impieghi pubblici e privati. durante gli anni di piombo 1986-1992. Gli orfani, le vedove, i licenziati, i deportati, gli espropriati non hanno ancora ottenuto nemmeno un’ombra di verità, giustizia e riparazione, perché gli istigatori di questo genocidio, tranne l’ex dittatore Maawuya Ould Sidi Ahmed Taya, sono ancora al comando del paese.
Quanto ai numerosi schiavi ed ex schiavi, poveri ed impoveriti, essi continuano a subire impunemente le pratiche schiaviste ed ancestrali con tutto ciò che queste comportano, come il lavoro non remunerato, analfabetismo, pene corporali, violenze sessuali, espropriazioni terriere… ecc… Quelli che vivono in campagna sono confinati in specie di homeland (i territori assegnati ai neri nel Sudafrica dell’apartheid, ndt), privi del minimo necessario per una vita decorosa; quelli poi che sono scappati nelle città, si ammassano in ghetti intorno alle grandi città, in condizioni di povertà e precarietà totale che favorisce la delinquenza.

Sempre sul sito dell’Ossin è possibile leggere un nuovo reportage sulla schiavitù mauritana. E inoltre: Mauritania, il voto rubato degli schiavi, su peacereporter e Schiavitù moderna in Africa su Wikipedia.



Notizie dallo Zimbabwe. Fame e colera.
2 febbraio 2009, 08:00
Filed under: Africa | Tag: , ,
REUTERS/Philimon Bulawayo (ZIMBABWE)

REUTERS/Philimon Bulawayo (ZIMBABWE)

Roma, 30 gen. (Adnkronos Salute) – Non si placa l’emergenza colera in Zimbabwe. Peggiora, al contrario, di giorno in giorno. Sono ben 60.401, stando agli ultimi aggiornamenti dell’Organizzazione mondiale della sanità, le persone che fanno i conti o sono state infettate dalla malattia. Le vittime hanno superato quota 3 mila, attestandosi a 3.161 decessi. “Oltre al problema della carenza di personale – riconosce David Heymann, dell’Oms – c’è la necessità di una maggiore consapevolezza su come trattare il colera, colmando le lacune legate alle forniture mediche, fornendo supporto logistico e la piena capacità di consegnare forniture. Migliorando, inoltre, l’accesso ai servizi sanitari e di sicurezza e l’approvvigionamento idrico in zone periferiche dove le organizzazioni non governative non sono operative. Tutti questi fattori rappresentano una sfida importante per portare questo focolaio rapidamente sotto controllo”.

In che condizioni può essere il sistema sanitario di un paese al collasso, fiaccato da decenni di dittatura? Ne parla Pietro Cappuccinelli, microbiologo clinico all’Università di Sassari, nella trasmissione Radio3 Scienza del 29.01.2009 dal titolo “L’alfabeto indecifrabile”. Un’ampia e interessante riflessione sul sistema sanitario del paese, sulla politica, sulle modalità di trasmissione della malattia.
Segnaliamo anche Cholera moves to rural Zimbabwe dal sito della Bbc e 7 millions d’affamés, 94% de chômeurs et 3.000 morts du choléra su jeuneafrique.com.



Happy new year, Guinea
7 gennaio 2009, 23:31
Filed under: Africa, Diritti umani, Musica | Tag: , , , ,

‘NUMERO DUE’ DELLA GIUNTA IN VISITA IN GHANA, ARRESTATI EX GENERALI
fonte: misna.org

Il ministro della Sicurezza e ‘numero due’ della giunta militare, il generale Mamadouba Toto Camara è da ieri ad Accra (Ghana) per incontrare i vertici locali e spiegare le ragioni che hanno portato al golpe dopo la morte del presidente Lansana Conté; lo riferiscono i media locali, aggiungendo che la prossima tappa del vice presidente del Consiglio nazionale per la democrazia e lo sviluppo (Cndd) sarà Abuja (Nigeria) per discutere le fasi per il ritorno al legge civile con le autorità della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas/Cedeao) che hanno minacciato l’espulsione della Guinea dall’organismo. Intanto a Conakry, la giunta ha ordinato l’arresto di alcuni generali e altri ufficiali, già costretti alle dimissioni. L’ex capo dell’esercito Diarra Camara, l’ex capo della marina militare vice ammiraglio Ali Daffé e il suo aggiunto contrammiraglio Fassiriman Traoré sono stati arrestati domenica e sono trattenuti nel quartier generale dell’esercito nella capitale; altri militari sono stati anch’essi fermati ieri ma poi rilasciati. Non è stato reso noto il motivo degli arresti. Cinque giorni dopo la presa del potere il 23 dicembre da parte degli uomini guidati dal capitano Moussa Dadis Camara, 22 generali erano stati costretti a dare le dimissioni; uno sviluppo che in molti avevano interpretato come una presa di distanze della giunta militare dai vecchi vertici dell’esercito troppo vicini al presidente padrone del paese deceduto. Oggi gli Stati Uniti hanno dichiarato la sospensione degli aiuti alla Guinea (15 milioni di dollari per 2009) e chiesto il ripristino dell’ordine costituzionale e la convocazione delle elezioni il più presto possibile. Nei giorni scorsi fonti diplomatiche francesi avevano riferito che la giunta si era impegnata a svolgere le elezioni “prima della fine del 2009”. [BF]

Lansana Conte era al potere dal 1984. “Io sono il capo, gli altri sono i miei sottoposti” dichiarò l’anno scorso alla stampa francese. L’organizzazione Freedom house lo aveva inserito nella lista dei 34 dittatori “ancora” attivi. “La comunità internazionale ha condannato il colpo di Stato che invece è stato salutato con entusiasmo dalla popolazione della Guinea, stanca di essere sfruttata da una dittatura che si è arricchita a dismisura”, dice Massimo Alberizzi, qui, sul Corriere.

“Muore presidente Guinea: colpo di stato militare”, Riccardo Barlaam su africa.blog.ilsole24ore.com.
“Guineans face uncertain future”, Will Ross, BBC West Africa Correspondent.
“La junte, l’occasion d’un vrai changement?” e “La junte détient 19 personnes, dont des proches du président Conté” su jeuneafrique.com.
Christophe Châtelot, inviato speciale di Le Monde, ha realizzato questo reportage.

Se volete vedere in faccia Moussa Dadis Camara, qui c’è il video del suo discorso d’inizio anno. Qui, invece, il rapporto Amnesty 2008.

Se non avete idea di dove sia la Repubblica di Guinea, nota anche informalmente come Guinea Conakry, qui c’è la scheda di wikipedia.

Calabashmusic e il flauto fulano o tambin tipico della regione del Fouta Djallon.



Happy New Year, UGANDA
1 gennaio 2009, 15:54
Filed under: Africa, Diritti umani | Tag: , ,

L’Lra fa strage in Congo, 189 morti
Un’escalation di violenza e paura: almeno 189 persone uccise in tre giorni. È successo tra il 25 e il 28 dicembre, in seguito a una serie di attacchi compiuti dai miliziani dell’Esercito di resistenza del signore (Lord’s resistance army, Lra) nei villaggi del nord-est della Repubblica democratica del Congo: Faradja, Doruma e Gurba i villaggi teatro della strage, secondo il resoconto dell’Onu. Il più efferato è avvenuto domenica, quando in una chiesa cattolica i miliziani ugandesi hanno letteralmente fatto a pezzi, a colpi di macete, almeno 45 persone, prevalentemente donne e bambini, che si erano lì rifugiate. L’escalation si deve all’inizio, da due settimane, di un’offensiva militare della forza multinazionale guidata dall’Uganda – e comprendente truppe del Sud Sudan e del Congo – contro i ribelli. La forza congiunta ha deciso di entrare in azione dopo che il leader dell’Lra, Joseph Kony, si è rifiutato di firmare un trattato di pace per paura di essere catturato e processato dalla Corte penale internazionale (Cpi9, che ha spiccato un mandato d’arresto contro di lui. Da mesi Kony si è ritirato con gli ultimi combattenti dell’Lra in una zona ad est della Repubblica democratica del Congo (Rdc), da dove prosegue il negoziato mediato dal vice-presidente del Sud Sudan Riek Machar. Ma nell’ultimo periodo tanto il Sud Sudan che l’Uganda si sono stancati della sua imprevedibilità e hanno lanciato attacchi contro le sue basi. Il che ha probabilmente provocato la reazione dei ribelli contro i civili.
Il gruppo destabilizza l’area dal 1986, anno delle prime sommosse nel nord dell’Uganda in seguito alla presa del potere del presidente Yoweri Museveni. Poi la popolarità è scesa, dati i misfatti dell’Lra, uso a rapimenti e a uccisioni di civili, nonché all’impiego di bambini come miliziani e «schiavi sessuali». Le forze congiunte hanno cominciato la loro contro-offensiva, ma il panico si diffonde nei villaggi dell’area.
da ilmanifesto del 30.12.2008.

“Plus de 400 civils tués par les rebelles de la LRA dans le nord-est”, da AFP.
“500 girls mutilated over Christmas”, Frederick Womakuyu su newvision.co.ug.
“RITUAL MURDER: Man sacrifices nephew for Shs50,000”, Pauline Kairu su monitor.co.ug.

Un reportage dall’Uganda su france24.

L’Uganda su wikipedia e altri interessanti video sulle Lra qui nella pagina di youtube di VanishingRites.