Concausa


Precariato tropicale
31 marzo 2010, 22:57
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In attesa di una bella inchiesta sulle condizioni di lavoro degli operatori broadcast italiani messi a confronto con quelli degli altri stati europei (suggeriamo di partire dalla Germania!) nel mondo dello sport, vi segnaliamo questo articolo che racconta il “dietro le quinte” del reality esotico della Rai.

L’isola dei lavori forzatidi Beatrice Dondi
fonte: L’Espresso

Alloggi di fortuna. Cibo scadente. Latrine insufficienti. Traversate pericolose. In rivolta la troupe che segue i naufraghi della Ventura sull’Isola dei Famosi.

L’acqua potabile è scarsa, il cibo è razionato, si dorme spesso nelle tende e i sacchi a pelo non bastano per tutti. Meglio non parlare dei bagni, o meglio delle latrine di fortuna: sono solo quattro per 54 persone. La zona è paludosa e non ci sono zanzariere. Gli spostamenti in barca sono pericolosi e spesso si finisce in infermeria per le scosse e le ondate. Ed è così che si deve vivere per quattro mesi, lontano da casa, per una paga di 120 euro lordi al giorno, succeda quel che succeda, senza diaria o extra che tengano. È questa “L’Isola dei famosi” dietro le quinte secondo le accuse di chi ci lavora: i tecnici, gli elettricisti, i cameraman che da metà febbraio vivono nell’arcipelago Las Perlas, costa atlantica del Nicaragua.

Assunti a progetto da due diversi service, a loro volta pagati dalla Magnolia di Giorgio Gori che fornisce il programma alla Rai chiavi in mano, i tecnici che coprono integralmente i servizi dall’Isola (RaiDue, una media di cinque milioni di spettatori e del 20 per cento di share), hanno firmato tutti un contratto standard che prevede un compenso “onnicomprensivo di qualsiasi disagio”. Peccato che, arrivando, abbiano scoperto che per “disagio” si intenda praticamente tutto: condizioni estreme di lavoro, mancanza di sicurezza e di assistenza, alimentazione insufficiente e condizioni igieniche che nessuna produzione si sognerebbe mai di imporre in Italia.

Così, vincendo la paura di ritorsioni, alcuni di loro si sono rivolti via mail a una piccola e neonata associazione sindacale, la Clb, che ha provato a vederci chiaro e alla fine ha raccolto una fitta documentazione dal Nicaragua: “Quando abbiamo ricevuto la segnalazione del primo lavoratore che ha avuto il coraggio di alzare la testa, abbiamo capito subito la gravità della situazione”, spiega Stefano Bacci, presidente della Clb: “E ci siamo detti che bisognava uscire allo scoperto, sfidando la paura di perdere possibilità di lavoro nel futuro. Qui si tratta di professionisti qualificati che operano per un programma dai budget milionari. Se non si mettono dei paletti da adesso, il futuro non potrà che essere un buco nero”. Ed è così che la Clb si è rivolta a “L’espresso” per far conoscere il backstage del reality condotto da Simona Ventura, giunto ormai alla settima edizione, mantenendo sempre buoni risultati di ascolto.

Le sorprese a Corn Island, dove è stata installata la base logistica, sono state tante fin dall’inizio e nessuna era stata anticipata alla partenza dall’Italia. La zona è circondata da una palude putrida, infestata dagli insetti. Mancano i posti letto, solo i più fortunati hanno potuto prendere possesso di una casetta di legno prefabbricata (senza zanzariere alle finestre) che ospita cinque persone su brandine di fortuna alcune delle quali hanno ceduto dopo le prime notti. Gli altri si sono dovuti accontentare di dormire in tenda. “Ma senza un sacco a pelo personale: quindi il primo che arriva si sdraia dove capita”, dice Bacci: “Nei campi attorno gli abitanti bruciano di tutto, a partire dalla plastica, ma anche Eternit sui tetti: e così si respira diossina“. I cosiddetti bagni sono dei cubicoli in compensato all’aperto che defluiscono tutti in un tubo di scarico da 15 millimetri. Il risultato è un odore insopportabile, che si propaga in tutta la zona. Una mattina, al cayo, il custode del luogo è stato salvato con un provvidenziale calcio dalla folgorazione elettrica, dopo che aveva tentato di attaccare cavi con gruppo acceso e in potenza. “È rimasto intontito, non si ricordava neppure il suo nome”, dice Bacci. Il cibo è razionato e si mangia solo quando lo stabilisce la produzione, non quando si ha fame. La carne viene servita raramente e con estrema parsimonia. Se per sbaglio una porzione viene data in misura più abbondante arriva prontamente un addetto a togliere l’eccesso.

I sandwich sono due fette sottili di pane da toast con una frittata esangue. Le bibite solo due, per tutta la giornata. In camera, o durante le riprese, l’acqua extra si paga. “Oggi abbiamo lavorato tutto il giorno sotto il sole con un po’ d’acqua in un boccione da 50 litri, ovviamente senza bicchieri”, scrive un tecnico il 20 marzo: “Il pranzo previsto per le 14.30 non è mai arrivato. Alle 17.30, quando sono rientrato, c’era rimasta solo un po’ di pasta e due pezzettini di pollo, cibo che ormai mangiamo da 20 giorni”.
La lavanderia non è compresa nell’accordo: per una trasferta di quattro mesi i vestiti si portano a lavare a pagamento. Ma la biancheria non viene accettata e quindi va lavata a mano, da ogni lavoratore, in uno dei quattro bagni a disposizione dell’intera troupe. I trasporti sono un altro calvario: una corriera attraversa l’isola di dieci chilometri quadrati a orari prestabiliti. Se non si riesce a prenderla l’unica possibilità è rientrare a piedi o noleggiare una bicicletta di tasca propria. Esiste poi anche un problema di sicurezza. I trasporti via mare sono pericolosi, sia per via delle condizioni ambientali sia per la presenza di rapinatori. Gli spostamenti da una spiaggia all’altra di Corn Island per le riprese comportano circa quattro ore di viaggio in mare, su imbarcazioni di fortuna a poco prezzo. Ogni settimana qualcuno finisce in infermeria per la cervicale. I cuscini per attutire i colpi sono riservati ai “famosi” che peraltro si sono pubblicamente lamentati in diretta per le difficoltà subite. “Prendiamo 3 o 4 ondate da decollo della barca e quindi si può immaginare la ricaduta in mare che contraccolpi dà”, racconta via mail uno degli operatori in forza al programma: “Io per attutire i colpi nelle prime file cerco di molleggiarmi sulle ginocchia ma all’onda dopo saltiamo con tutta la barca fuori acqua e durante la caduta nel vuoto una volta ho sentito i piedi che non toccavano il fondo. Quando è arrivata di nuovo a toccare, ho ricevuto un contraccolpo dallo schienale in legno grezzo della barca che mi è arrivato fino al petto. Mi è mancato il respiro e hanno cominciato a formicolarmi le mani”.

Se la Forza navale dei militari nicaraguensi (che fornisce le sue imbarcazioni alla produzione) decide di non uscire perché le onde sono troppo alte, si noleggiano barche private, che si sovraccaricano di uomini e si lasciano andare in mare senza troppi scrupoli. È vietato rifiutare l’imbarco o chiedere il rientro in porto in caso di mare troppo mosso. È accaduto più volte che alcuni tecnici abbiano lamentato dolori e siano stati trasportati in aereo in città per fare le radiografie.

“Quello che succede all'”Isola dei Famosi” è un caso estremo, ma è il frutto di una deriva avvenuta negli ultimi anni nel nostro settore”, spiega Bacci: “La deregulation ha portato all’abbattimento dei costi degli appalti rispetto alle produzioni interne. I service sono strangolati e a loro volta si trovano costretti a sfruttare i lavoratori, imponendo questo tipo di condizioni. Fino a oggi la paura di non essere più chiamati a lavorare è stata tale che nessuno ha mai osato alzare la testa, accettando le omissioni dei controlli obbligatori, le tutele di salute, i riconoscimenti di parità di trattamento rispetto ai dipendenti”.

Intanto “L’isola dei famosi” continua. Il vincitore si porterà a casa un premio di 200 mila euro e tutti gli altri big sfrutteranno l’esperienza con decine di ospitate a gettone. I tecnici, appena tornati a casa, potranno solo ritrovare un letto decente per ricominciare il giorno dopo a cercare un lavoro.



Televisione e diritti dei lavoratori
19 aprile 2009, 13:56
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bnc-bnc

Lavorare nel broadcast in Italia non è per niente semplice.
Chi ha avuto esperienze lavorative in altri paesi europei, dove regole chiare garantiscono diritti e professionalità, sa bene quanto sia lontana la nostra realtà. Un’inchiesta dell’associazione Senza Soste e la lettera di Antonio Farina a Broadcast e Production hanno dato visibilità a un dibattito che covava da anni.
L’organizzazione dei lavoratori del settore passa anche attraverso Facebook. Qui il gruppo Operatori tv, Fonici, Assistenti, Montatori (LB) ha chiamato a raccolta i colleghi e pubblicato il testo della piattaforma provvisoria per l’assemblea del 4 Maggio a Roma.

Cristina Beca Fatigo e Ulisse Ognistrada scrivono su Senza Soste che “i tecnici non hanno nessun tipo di tutela, il loro “prezzo” lo fa il datore di lavoro, poco importa la professionalità, il fatto di utilizzare attrezzature da milioni di Euro, tantomeno il fatto di lavorare lontano da casa e ben oltre le 8 ore di giornata lavorativa.
Le tutele minime, che i lavoratori di tutti i settori hanno conquistato, non riguardano assolutamente i tecnici del settore televisivo.
Almeno non li riguardavano fino ad oggi, quando facebook li ha messi tutti in contatto, per categoria, li ha fatti parlare, c’è stata una presa di coscienza e di condivisione comune fino ad oggi relegata a discussioni e sfoghi personali, è stato redatto un comunicato, è stata indetta una giornata di discussione collettiva, una assemblea nazionale ed è stata data una data indicativa, ancora da confermare: il 4 Maggio.
Sono oltre 1000 i professionisti del settore produzioni audiovisive, molti sono liberi professionisti, non per scelta, ma per necessità, tutti lamentano lo smarrimento dei requisiti minimi di rispetto della dignità del lavoro, come il riconoscimento del lavoro straordinario, notturno, festivo, il diritto al riposo; lamentano la riduzione a soglie ridicole delle diarie, dei rimborsi spesa per l’uso dei mezzi privati, delle indennità di trasferta.
Tutti diritti “minimi” già conquistati da quasi tutti gli altri settori lavorativi e che dovrebbero essere la base per ulteriori richieste.
Purtroppo la situazione lavorativa di molti tecnici degenera in inquadramenti al limite della legalità, con buste paga artefatte e strumenti contabili creativi, da parte dei datori di lavoro, per ridurre al minimo i costi dei contributi.
La consapevolezza che una migliore condizione del lavoro, contribuirebbe a migliorare la qualità dei servizi offerti, oggi giocati al ribasso da personaggi improvvisati o giovani apprendisti senza esperienza che si offrono per cifre al di sotto del mercato professionale, ma soprattutto segnerebbe una dignità professionale ai veri artefici di quegli spettacoli che riempiono tg e carta stampata, perchè sono questi lavoratori nell’ombra e spesso nello sfruttamento che permettono di tenerci informati (con tutti i problemi che sappiamo), di vedere una partita o uno spettacolo e spesso sono i primi critici verso un sistema televisivo troppo spesso votato alla spettacolarizzazione del dolore”.

Tra meno di mezz’ora iniziano le partite.
In Germania la serie B è già da un’ora che gioca.