Concausa


Cecilia Mangini, pioniera del documentario in Italia
1 novembre 2009, 13:13
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C1.Cecilia Mangini e Lino Del-Frà

Cecilia Mangini e Lino Del Fra

L’Unità ci informa che Cecilia Mangini “nell’immediato dopoguerra è stata la prima cineasta a raccontare la realtà. Quella pasoliniana dei «ragazzi di vita» ( La canta delle marane, Ignoti alla città ), la condizione delle donne in fabbrica e in famiglia ( Essere donne) i rituali popolari del Salento (Stendalì). E sempre affiancata da Pasolini nella stesura dei testi dei suoi documentari. A riconoscimento della sua lunga carriera sarà assegnata a Cecilia Mangini la medaglia del Presidente della Repubblica, concessa da Napolitano ai concorsi del premio Solinas, che da quest’anno affiancherà il Festival dei popoli, storica rassegna fiorentina del cinema documentario in corso dal primo al 7 novembre prossimi. Il riconoscimento sarà consegnato a Cecilia Mangini il 3 novembre, durante l’assegnazione dei Premi Solinas.”

Vi segnaliamo l’articolo di Gabriella Gallozzi La pioniera del documentario, pubblicato oggi sull’Unità (scaricabile qui, dalla rassegna stampa della Treccani)

Cecilia Mangini racconta a rassegna.it la storia del suo documentario sulle donne e il lavoro.

Cecilia Mangini interviene a Visioni Fuori Raccordo Film Festival nel 2008 (postiamo solo la prima parte, il resto qui).



Perché partenza non neghi ritorno

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Ci lascia anche Gianfranco Mingozzi.
Un regista di cinema sì, aiuto di Federico Fellini e di René Clement, ma un documentarista prima di tutto.

“Gli animali battono con gli zoccoli un tempo che ha invisibili mutamenti”.
Salvatore Quasimodo, il poeta, accompagna con le sue parole le immagini di “La taranta” (1962).

Cecilia Mangini, prima donna regista sulla scena italiana del dopoguerra, su il manifesto di ieri ha raccontato il suo primo incontro “virtuale” con Mingozzi “Era il 1961, al festival di Lipsia Maria di Nardò faceva fascinosamente il suo ingresso sullo schermo dibattendosi per terra in preda al tarantismo al ritmo scatenato della meloterapia. Girare La taranta era stato il grande sogno di tutti i documentaristi demartiniani: lui c’era riuscito, io no, io a Galatina avevo dovuto rinunciare alle riprese, paralizzata dal no indiscutibile dell’arcivescovo di Otranto. Perché poi si dovesse chiedere proprio a un arcivescovo il permesso di girare in una chiesa sconsacrata oggi può sembrare un mistero irrisolvibile, purtroppo in mezzo secolo ci siamo dimenticati di come la Chiesa sapesse dimostrare a oltranza il suo potere. Di quanto lo dimostri oggi, sono piene le cronache italiane.
Scorrevano le immagini di uno dei più bei documentari della nostra cinematografia, e io ero lì in platea al Leipziger Kurzfilmwoche divisa tra l’ammirazione ed il rimpianto di non aver pensato alla straordinaria possibilità di riprendere la cura domiciliare di quel male millenario. Eppure, se mai vi capiterà di dare un’occhiata ai vari libri che ci sono stati dedicati, pagine e pagine discettano di noi, il cosiddetto «gruppo dei demartiniani», quei documentaristi che avevano dedicato uno o più lavori al Meridione e ai suoi problemi irrisolti, muovendosi sulla falsariga delle ricerche di Ernesto De Martino, il più grande etnologo italiano del Novecento. (…)
Tutti noi, «demartiniani» e no, tra la fine dei Cinquanta e i primi anni Sessanta ci sentivamo collegati tra di noi dalla comunanza dei progetti, dalla sfida alla censura, dalla necessità di fare sponda contro i troppi «arcivescovi di Otranto & C.» Lui, Gianfranco, si stava scontrando contro il produttore cinematografico più dispotico e Usadipendente, Dino De Laurentis. Era iniziata l’agonia del documentario e nessuno di noi aveva il coraggio di accorgersene. Peggio per noi. Siamo finiti non con un bang ma con un lamento.
Chi aveva il fiato lungo e l’energia e l’ostinazione di difendere la verità come bene primario nel suo rapporto con il pubblico ha detto malinconicamente addio al documentario e si è dato a scrivere sceneggiature, a girare film o inchieste per la tv (allora) di stato. Questa difesa Gianfranco l’ha portata avanti a oltranza, affidandola a dodici lungometraggi, e va bè, bravo a realizzarli, ma il merito, voglio sottolinearlo, voglio gridarlo ad alta voce è che nessuno di questi film, dico nessuno, è un cedimento alle esigenze commerciali, alla commedia all’italiana, ai «Natale, Ferragosto, Carnevale a…». Agendo con il rimpianto per il documentario in coma e con la testardaggine orgogliosa di sentirsi nato al cinema come documentarista”.

Sempre su il manifesto, Marco Bertozzi (in “Sguardo incantato sulla memoria”) dice che Mingozzi “oggi è un autore assolutamente da rivedere: nonostante avesse continuato l’esplorazione delle culture meridionali con Sud e magia (1978, 4 puntate) e Sulla terra del rimorso (1982, dove rivisita il tarantismo indagato vent’anni prima); nonostante sviluppasse l’attenzione a soggetti appartenenti al mondo del cinema – come L’ultima diva. Francesca Bertini (1982), La vela incantata (1982), Bellissimo. Immagini del cinema italiano (1985), Giorgia/Giorgio. Storia di una voce (2008), Noi che abbiamo fatto La dolce vita (2009, un tributo a quell’epoca, a Fellini, a quel film) – il mondo del cinema non lo ha accarezzato con lo stesso sguardo disponibile, con la stessa ricchezza di pathos che lui aveva riservato ai protagonisti, maggiori e minori, della settima arte. Ecco L’immagine esclusa. Per Mingozzi, nutrito di film sin dall’infanzia, nel cinema di provincia del padre, un vero paradosso.”

Qui di seguito l’intervento di Mingozzi al 24 Torino GLBT Film Festival – Da Sodoma a Hollywood.
Racconta il suo “Giorgio/Giorgia… storia di una voce”, un documentario sulla vita coraggiosa e controcorrente di Giorgia O’Brien (all’anagrafe Giorgio Montana) una delle più grandi dive del palcoscenico italiano degli anni Cinquanta e Sessanta.

“Da queste parti” Gianfranco Mingozzi lo ricordiamo anche per il suo rapporto di collaborazione con Lucia Drudi Demby, scrittrice e sceneggiatrice di numerosi suoi film, fra i quali La vela incantata, Gli ultimi tre giorni e L’appassionata.