Concausa


Gian Maria Volontè. E basta.
9 aprile 2010, 07:00
Filed under: Cinema/Video | Tag: ,

“Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Per me c’è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita”.
Gian Maria Volontè
1984; citato in Un attore contro. Gian Maria Volonté. I film e le testimonianze., a cura di Franco Montini e Piero Spila, ed. BURsenzafiltro)

Annunci


Perché partenza non neghi ritorno

mingozzi_verunicabruni_filmcaffe

Ci lascia anche Gianfranco Mingozzi.
Un regista di cinema sì, aiuto di Federico Fellini e di René Clement, ma un documentarista prima di tutto.

“Gli animali battono con gli zoccoli un tempo che ha invisibili mutamenti”.
Salvatore Quasimodo, il poeta, accompagna con le sue parole le immagini di “La taranta” (1962).

Cecilia Mangini, prima donna regista sulla scena italiana del dopoguerra, su il manifesto di ieri ha raccontato il suo primo incontro “virtuale” con Mingozzi “Era il 1961, al festival di Lipsia Maria di Nardò faceva fascinosamente il suo ingresso sullo schermo dibattendosi per terra in preda al tarantismo al ritmo scatenato della meloterapia. Girare La taranta era stato il grande sogno di tutti i documentaristi demartiniani: lui c’era riuscito, io no, io a Galatina avevo dovuto rinunciare alle riprese, paralizzata dal no indiscutibile dell’arcivescovo di Otranto. Perché poi si dovesse chiedere proprio a un arcivescovo il permesso di girare in una chiesa sconsacrata oggi può sembrare un mistero irrisolvibile, purtroppo in mezzo secolo ci siamo dimenticati di come la Chiesa sapesse dimostrare a oltranza il suo potere. Di quanto lo dimostri oggi, sono piene le cronache italiane.
Scorrevano le immagini di uno dei più bei documentari della nostra cinematografia, e io ero lì in platea al Leipziger Kurzfilmwoche divisa tra l’ammirazione ed il rimpianto di non aver pensato alla straordinaria possibilità di riprendere la cura domiciliare di quel male millenario. Eppure, se mai vi capiterà di dare un’occhiata ai vari libri che ci sono stati dedicati, pagine e pagine discettano di noi, il cosiddetto «gruppo dei demartiniani», quei documentaristi che avevano dedicato uno o più lavori al Meridione e ai suoi problemi irrisolti, muovendosi sulla falsariga delle ricerche di Ernesto De Martino, il più grande etnologo italiano del Novecento. (…)
Tutti noi, «demartiniani» e no, tra la fine dei Cinquanta e i primi anni Sessanta ci sentivamo collegati tra di noi dalla comunanza dei progetti, dalla sfida alla censura, dalla necessità di fare sponda contro i troppi «arcivescovi di Otranto & C.» Lui, Gianfranco, si stava scontrando contro il produttore cinematografico più dispotico e Usadipendente, Dino De Laurentis. Era iniziata l’agonia del documentario e nessuno di noi aveva il coraggio di accorgersene. Peggio per noi. Siamo finiti non con un bang ma con un lamento.
Chi aveva il fiato lungo e l’energia e l’ostinazione di difendere la verità come bene primario nel suo rapporto con il pubblico ha detto malinconicamente addio al documentario e si è dato a scrivere sceneggiature, a girare film o inchieste per la tv (allora) di stato. Questa difesa Gianfranco l’ha portata avanti a oltranza, affidandola a dodici lungometraggi, e va bè, bravo a realizzarli, ma il merito, voglio sottolinearlo, voglio gridarlo ad alta voce è che nessuno di questi film, dico nessuno, è un cedimento alle esigenze commerciali, alla commedia all’italiana, ai «Natale, Ferragosto, Carnevale a…». Agendo con il rimpianto per il documentario in coma e con la testardaggine orgogliosa di sentirsi nato al cinema come documentarista”.

Sempre su il manifesto, Marco Bertozzi (in “Sguardo incantato sulla memoria”) dice che Mingozzi “oggi è un autore assolutamente da rivedere: nonostante avesse continuato l’esplorazione delle culture meridionali con Sud e magia (1978, 4 puntate) e Sulla terra del rimorso (1982, dove rivisita il tarantismo indagato vent’anni prima); nonostante sviluppasse l’attenzione a soggetti appartenenti al mondo del cinema – come L’ultima diva. Francesca Bertini (1982), La vela incantata (1982), Bellissimo. Immagini del cinema italiano (1985), Giorgia/Giorgio. Storia di una voce (2008), Noi che abbiamo fatto La dolce vita (2009, un tributo a quell’epoca, a Fellini, a quel film) – il mondo del cinema non lo ha accarezzato con lo stesso sguardo disponibile, con la stessa ricchezza di pathos che lui aveva riservato ai protagonisti, maggiori e minori, della settima arte. Ecco L’immagine esclusa. Per Mingozzi, nutrito di film sin dall’infanzia, nel cinema di provincia del padre, un vero paradosso.”

Qui di seguito l’intervento di Mingozzi al 24 Torino GLBT Film Festival – Da Sodoma a Hollywood.
Racconta il suo “Giorgio/Giorgia… storia di una voce”, un documentario sulla vita coraggiosa e controcorrente di Giorgia O’Brien (all’anagrafe Giorgio Montana) una delle più grandi dive del palcoscenico italiano degli anni Cinquanta e Sessanta.

“Da queste parti” Gianfranco Mingozzi lo ricordiamo anche per il suo rapporto di collaborazione con Lucia Drudi Demby, scrittrice e sceneggiatrice di numerosi suoi film, fra i quali La vela incantata, Gli ultimi tre giorni e L’appassionata.



“Sappiamo così poco di noi uomini”
20 marzo 2009, 08:00
Filed under: Cinema/Video, Germania | Tag: , ,

Menomale che Giuliano, dal blog che condivide con Solimano, ci ricorda lo Stroszek di Herzog. “Una delle scene più belle di tutta la storia del cinema è quella, molto breve, che si trova a metà esatta del film “La ballata di Stroszek” di Werner Herzog. E’ una scena molto dolce e molto forte, e ad interpretarla non è un attore, ma un medico vero. E poi c’è un bambino piccolissimo, ma lui non sta recitando”.
Vielen dank!



Rituali da New Year’s Eve 02
31 dicembre 2008, 16:22
Filed under: Cinema/Video | Tag: , ,

“Sono venuto stasera perché quando ti accorgi che vuoi passare il resto della vita con qualcuno, vuoi che il resto della vita cominci il più presto possibile.”

Era l’89… e qui c’è la scheda del film.



Carol Reed, The Man Between
30 dicembre 2008, 02:30
Filed under: Cinema/Video, Noir | Tag: , , ,

102 anni fa nasceva a Londra il regista Carol Reed.

“During World War II, Reed directed documentaries for the British army’s film unit, including The True Glory (1945), which he codirected with Garson Kanin under the supervision of General Dwight D. Eisenhower (later U.S. president). For this film, Reed won his first Oscar for “distinctive achievement in documentary production. The making of documentaries had an enormous influence on Reed’s filmmaking style. His postwar films are characterized by a documentary-style emotional detachment and a perfectionist’s eye for detail”.

Qui il resto della voce Reed sull’Enciclopedia Britannica e la scheda nell’Internet Movie Database.

Qui sotto, grazie ad AdaKing, uno dei film più famosi diretti da Reed: Il Terzo Uomo. La scena nella quale Harry Lime, Orson Welles, compare per la prima volta.

Titolo originale: The Third Man Anno: 1949 Durata: 104′ Colore: B/N
Sceneggiatura: Graham Greene e Orson Welles

La musica è di Anton Karas.
Carol Reed lo scoprì in una taverna di Vienna durante la lavorazione del film e lo ingaggiò immediatamente per comporne la colonna sonora.



Michelangelo Antonioni. 21 anni fa.
24 dicembre 2008, 18:41
Filed under: Cinema/Video | Tag: , ,

Gian Luigi Rondi intervista Michelangelo Antonioni. 21 anni fa.
Grazie a Bottegadellospeziale.