Concausa


Articolo 9. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.
18 ottobre 2009, 23:40
Filed under: Diritti umani, Marocco, Saharawi | Tag: , , , ,

CARTEL 1 A-3
Costanza, presidente del Comitato Selma, ci segnala l’articolo “Ultime dal Marocco” del magistrato Nicola Quatrano, pubblicato sul sito dell’Osservatorio Internazionale per i diritti:

“I sette saharaoui arrestati l’8 ottobre all’aeroporto di Casablanca sono comparsi il 15 ottobre davanti al giudice istruttore della Corte di Appello di Casablanca, che però si è dichiarato incompetente perché le accuse loro rivolte, di attentato alla sicurezza estera dello Stato ed intelligenza col nemico, sono reati di competenza del Tribunale militare.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, infatti, i detenuti sono comparsi davanti al giudice istruttore del Tribunale militare di Rabat, che li ha interrogati fino all’1 del mattino seguente. Successivamente sono stati riaccompagnati al carcere di Salé.
Brahim Dahane è riuscito a far sapere che sono stati trattenuti otto giorni nei locali della polizia giudiziaria, i primi tre giorni con gli occhi sempre bendati, e che sono stati interrogati da esponenti di diversi servizi di sicurezza. I detenuti hanno riconosciuto, tra gli altri, Bahri Hamid, ex vice wali della Sureté nationale a Laayoune.”
I militanti arrestati a Casablanca sono stati deferiti dinanzi il Tribunale militare per alto tradimento. Rischiano la pena capitale.

Il resto dell’articolo qui.

Della vicenda se ne parla anche in Un tribunal militar de Marruecos juzgará por traición a siete independentistas saharauis, articolo di IGNACIO CEMBRERO pubblicato su El Pais.

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Piccola rassegna italo-colombiana
3 maggio 2009, 13:29
Filed under: Colombia, Cose italiane | Tag: ,
Concierto de Rock al parque. Bogota, Colombia.

Concierto de Rock al parque. Bogota, Colombia.

Più italo che colombiana, a dire la verità, perché condividiamo con voi parti enormi degli articoli pubblicati su ilmanifesto il 30.04 che ci “introducono” la visita ufficiale di Uribe in Italia.

Il comune sentire di due leader discussi. Alvaro U. e Silvio B.
di Guido Piccoli

Ai più che sostengono la fesseria che la violenza in Colombia derivi dallo scontro tra «democrazia e terrorismo» o che dipenda dalla droga, il caloroso invito di Berlusconi a Uribe appare normale. Ai molti che conoscono il marciume del regime colombiano appare invece osceno che Berlusconi individui in Uribe un campione di «governabilità sotto la minaccia del terrorismo» e che per giunta lo proponga in questa veste al prossimo G8.
In realtà, non c’è molto da sorprendersi. Berlusconi e Uribe hanno parecchio in comune. Sono gli orfani più nostalgici di George W. Bush. Godono di un’alta popolarità, pur gonfiata e ottenuta con mezzi diversi, illeciti o controversi. Autoritari per natura, entrambi – chi più e chi meno – vedono un intralcio nelle regole basilari della democrazia e soprattutto odiano quella parte di magistratura che non sono riusciti ad asservire.
Ma anche l’Italia e la Colombia hanno molto in comune. Ad esempio, una sottomissione agli Usa quasi imbarazzante e poco riscontrabile in altri paesi e poi un’incidenza notevole delle mafie nella società e soprattutto nelle istituzioni. Da un decennio a questa parte, Italia e Colombia si assomigliano di più. O meglio, è l’Italia ad essersi avvicinata, e molto, alla Colombia e non solo nell’edificazione di un paese ancora più ingiusto. (…)
Tante e tali affinità elettive hanno spinto Bogotà a fare dell’Italia il ricettacolo di delinquenti, amici di paramilitari, come l’ex ambasciatore Luis Camilo Osorio o l’ex console a Milano, Jorge Noguera. Alla Farnesina, chiunque fosse il ministro, nessuno ha battuto ciglio alla lettura dei loro curriculum.
Sulla corte di Uribe quindi, in patria e fuori, dentro e fuori il parlamento, nelle istituzioni, nei governi locali, nelle caserme, si staglia l’ombra dei paramilitari (che poi, in Colombia, rappresentano anche i moderni narcos). E tutte le indagini, qualunque sia il loro esito, coinvolgono sempre, direttamente o meno, Alvaro Uribe, così come tutte le confessioni fatte dai capi paramilitari. Nell’ultima, l’erede di Pablo Escobar a Medellín, Diego Fernando Murillo Bejarano, detto «don Berna», ha ammesso l’appoggio politico ed economico delle Autodefensas nella campagna presidenziale di Uribe. «Mentono, la loro parola non vale niente, come si fa a credere a dei criminali?» hanno, in ogni occasione, affermato Uribe e i suoi, allo stesso modo come hanno sempre accusato i difensori dei diritti umani, i giornalisti, i sindacalisti e i politici d’opposizione di prestarsi al gioco della guerriglia. Quando è stato necessario, sono stati utilizzati altri sistemi per tappare le bocche. L’ultimo ad essere ammazzato a Medellín, una settimana fa, è stato Francisco Villalba (un paramilitare ritenuto un maestro nello squartare le vittime), che aveva accusato Uribe e suo fratello Santiago di essere tra i mandanti del massacro di 15 contadini nell’ottobre 1997 a El Aro, nel dipartimento di Antioquia. Benchè fosse stato condannato a 33 anni di carcere, circa un mese fa gli erano stati concessi – stranamente – gli arresti domiciliari per «motivi di salute».
Da qualunque prospettiva si guardi la sua presidenza, ad eccezione di quella inspiegabilmente reticente proposta nei suoi tour da Ingrid Betancourt, Uribe appare il leader di una schiera di delinquenti, poco importa se in giacca e cravatta o in tuta mimetica. E’ singolare che a Roma si ritenga che, pur con metodi un po’ sbrigativi, abbia qualcosa da insegnare riguardo alla «governabilità sotto la minaccia del terrorismo». Sarebbe più giusto considerarlo un fallito.
Nel 2002 vinse le elezioni col visto di Washington, grazie all’appoggio di tutta l’oligarchia (quella tradizionale e quella parvenù e mafiosa), al terrore delle Autodefensas e proclamando la promessa di sbaragliare in pochi mesi le Farc. Quando si rese conto che non avrebbe potuto mantenerla, fece modificare in maniera fraudolenta la Costituzione per farsi rieleggere ed avere altri quattro anni di tempo. Così come adesso ne sta chiedendo altri quattro. Più che un obiettivo, la sua è un’ossessione ben lontana dall’essere soddisfatta, nonostante i colpi assestati nell’ultimo anno. La declamata «sicurezza democratica» di Uribe beneficia solo i pochi ricchi che possono più tranquillamente raggiungere le loro ville nei week-end, a discapito della massa dei contadini che continuano a dover fuggire dalle loro casupole visto che, ad esempio, nel 2008 gli sfollati per la violenza sono aumentati del 40% rispetto agli anni precedenti. E, oltre tutto, la presunta «sicurezza democratica» ha costi immensi: non solo perché assorbe quasi un quinto del budget nazionale, ma anche per le perdite in vite umane, dei combattenti di entrambi i fronti, e per la decomposizione morale che, a causa della politica di ricompensa di Uribe, ha trasformato i soldati in spregevoli assassini di migliaia di innocenti.
Ma queste sono news che nei palazzi del potere romano, come nei giornali italiani, non sono mai arrivate.

IL COLOMBIANO di Simone Bruno
L’Italia riceve Uribe, campione di scandali

(…) Pochi governi al mondo sono stati travolti da tanti scandali quanto i governi Uribe: il record si riferisce sia al numero che alla loro gravità. Tanti da non ricordarsene. La sua elezione favorita dai paramilitari e la rielezione comprata a suon di regali. Paramilitari ricevuti in segreto nel Palazzo per complottare contro la Corte suprema di giustizia. Metà dei congressisti che l’appoggiano (tra i quali suo cugino) implicati nella parapolitica. Ambasciate usate per evitare la galera ai fedelissimi. Servizi segreti usati per spiare giudici, opposizione e giornalisti. I suoi figli che si arricchiscono grazie ai suoi dipendenti. Il fratello giudice del suo ministro degli interni finito in galera per mafia. Un paio di migliaia di giovani fatti fuori dall’esercito per rimpinguare i numeri della guerra alle guerriglie e farsi pagare la ricompensa, proprio come accadeva nel Far West. Fujimori, al suo confronto, è un angelico statista illuminato.
Ossessionato dal proposito di sconfiggere la guerriglia, a Uribe tutto sembra lecito. Anche governare con la logica della barricata: «O con me o contro di me, e quindi con le Farc». Da qui il suo gridare contro il nemico, il difendersi attaccando, aumentando sempre la posta in gioco, senza nessuna autocritica come un giocatore di blackjack che, persa la posta, raddoppia la giocata sperando di rifarsi, fino a quando non ha più nulla da scommettere. In questo caso, la sua popolarità, che persino i sempre compiacenti istituti di sondaggio sostengono in calo impressionante.
A livello internazionale va anche peggio. La Corte penale internazionale sta studiando con attenzione il caso colombiano. I giudici Luis Moreno Ocampo e Baltasar Garzón si stanno interessando soprattutto allo scandalo della parapolitica che riguarda soprattutto i legami tra i seguaci di Uribe e i capi delle Autodefensas Unidas. Quello che ha attratto i due importanti giudici non sono tanto le indagini realizzate dalla Corte suprema di giustizia quanto gli attacchi scagliati dal palazzo presidenziale contro i giudici.
Si tratta, tra gli altri, degli scandali noti col nome dei loro protagonisti, «Tasmania» e «Job». Tasmania è un paramilitare che nell’ottobre del 2007 scrisse una lettera a Uribe informandolo che alcuni giudici volevano comprare la sua testimonianza per incastrarlo. Si accese uno scontro devastante tra il potere esecutivo e quello giudiziario: i giornali parlarono di uno «scontro di treni». Nel giugno del 2008 Tasmania ritrattò le accuse, confessando di essere stato imbeccato dal suo avvocato per conto di Santiago e Mario Uribe (oggi in galera per la parapolitica), rispettivamente fratello e cugino del presidente che sostenne che tutto fosse accaduto a sua insaputa. Job invece è il soprannome di un paramilitare che si riunì alcune volte e clandestinamente nei sotterranei del palazzo presidenziale con due alti funzionari presidenziali per complottare contro la Corte suprema (pochi mesi fa Job è stato ucciso da due sicari in moto). Anche in questo casi, secondo Uribe, tutto sarebbe avvenuto a sua insaputa.
I giudici della Corte suprema sono anche tra i principali obiettivi di una serie di intercettazioni illegali realizzate dal Das (Dipartimento administrativo de seguridad), il servizio segreto alle dirette dipendenze del presidente. Il Das spiava un po’ tutti: magistrati incaricati delle indagini sulla parapolitica, politici dell’opposizione, giornalisti dei più importanti mezzi di comunicazione, alti prelati, giudici della corte suprema di giustizia, ong, sindacalisti, generali e anche membri del governo. E lo faceva da sei anni, guarda caso in piena era Uribe. E, naturalmente, a sua insaputa. Durante la sua presidenza, sono caduti in disgrazia ben quattro direttori del Das, compreso Jorge Noguera accusato, tra le altre cose, di essere il mandante di 24 omicidi e di aver usato l’istituzione per operazioni di riciclaggio di denaro sporco. Prima di tentare di salvarlo, spedendolo al consolato di Milano, Uribe affermò di «mettere la mano sul fuoco» sulla sua innocenza.
Quella delle intercettazioni illegali durante l’era Uribe, è un vizietto anche della polizia. Lo scandalo costò nel 2007 il posto a 11 suoi generali, fatto senza precedenti e, come da copione, finito nel nulla. A dirigere la polizia, è stato richiamato il fido generale Oscar Naranjo, ritiratosi anni fa per l’arresto del fratello in Germania per narcotraffico. Di problemi in famiglia ne ha avuti anche l’attuale ministro degli interni Fabio Valencia Cossio (ed ex ambasciatore a Roma): il fratello Guillermo, giudice a Medellín, è finito in carcere per aver aiutato le strutture mafiose locali.
Tra gli intercettati illustri da parte del Das e della polizia c’erano anche i magistrati della Corte costituzionale, e proprio mentre decidevano la costituzionalità della riforma che avrebbe permesso a Uribe di farsi rieleggere nel 2006. La rielezione ricorda un altro scandalo, quello della «Yidis Politica» dal nome della ex parlamentare Yidis Medina, che raccontò di come il presidente e i suoi consiglieri le avessero promesso benefici economici e politici in cambio del suo voto, risultato poi decisivo per l’approvazione della legge che permise ad Uribe di ricandidarsi. La stessa Medina, sentitasi poi defraudata, uscì allo scoperto, meritandosi un processo e una condanna per essersi fatta corrompere. Mentre i corruttori – secondo la Medina, l’attuale ambasciatore in Italia Sabas Pretelt de La Vega, al tempo ministro degli interni, e Diego Palacio, attuale ministro della protezione sociale – l’hanno finora fatta franca.
Premiare con incarichi diplomatici i servitori fedeli caduti in disgrazia è un’abitudine di Uribe. Oltre al caso di Jorge Noguera spedito a Milano, vanno ricordati i processi contro le ex ambasciatrici in Ecuador e Brasile, contro l’attuale ambasciatore in Messico (ed ex ambasciatore in Italia) Luis Camilo Osorio, considerato l’artefice dell’impunità del paramilitarismo per molti anni, contro Salvador Arana, passato dall’ambasciata cilena alla latitanza con l’accusa di omicidio, contro Juan José Chaux, che ha dovuto rinunciare all’ambasciata nella Repubblica Dominicana perché implicato nello scandalo Job e sostituito dall’ex comandante dell’esercito Mario Montoya, costretto alle dimissioni per lo scandalo dei falsos positivos. Cioè, per un sistema inventato da Uribe, che fa parte della cosiddetta «seguridad democratica», e che comporta premi per chi uccide i nemici: soldi, licenze e rapide carriere nell’arma per i superiori. Un sistema che parve subito funzionare facendo felici i soldati, il ministro della difesa Santos e il presidente che vantava i risultati ai quattro venti. Peccato che i morti non risultassero banditi o guerriglieri, ma ragazzini attirati con la scusa di un lavoro, portati in regioni di conflitto, vestiti da guerriglieri, uccisi e sepolti come N.N. in fosse comuni.
Quando scoppiò lo scandalo, Uribe sostenne che i giovani ammazzati non fossero innocenti: «Se sono andati da quelle parti non è certo per raccogliere caffè». Poi ammise che qualcosa non funzionava, facendo destituire una ventina di alti ufficiali che finirono alla berlina, ma non in galera. E sostiene ancora adesso, che tutto sarebbe successo «a sua insaputa».
Per finire, l’ultimo scandalo che riguarda Tom & Jerry, Tómas e Jerónimo Uribe, i figli del presidente che, nonostante la giovane età, appaiono degli impresari dal grande fiuto. Peccato che questo dipenda dalla solerzia di alcuni funzionari del governo che li hanno resi milionari dall’oggi al domani, trasformando in zona franca alcuni terreni che i due avevano comprato a prezzi stracciati. Anche in questo caso, il papà si dice ignaro. Ancora una volta, tutto sarebbe successo «a sua insaputa».

Qui anche Diritti umani violati, torture, impunità: ecco l’Uribe ricevuto da Berlusconi di Franco Ippolito del 01.05 e qui CHI È ÁLVARO URIBE, OSPITE OGGI DI SILVIO BERLUSCONI E JOSEPH RATZINGER di Gennaro Carotenuto su latinoamerica.it. E, inoltre, El Papa y Uribe, juntos por tercera vez su elespectador.com; Presidente Se Reúne Hoy Con Berlusconi Y El Papa Empresarios De España Apoyan Nueva Reelección su eltiempo.com e Uribe buscó ayuda divina su elmundo.com .



JORNADA CONTRA LAS EJECUCIONES EXTRAJUDICIALES
5 marzo 2009, 23:00
Filed under: Colombia, Diritti umani | Tag: ,

falso-postivop

Molte persone attraverseranno in corteo Bogotà e altre città colombiane. Manifesteranno contro le esecuzioni extragiudiziali. Di cosa si tratta? Come racconta Simone Bruno di peacereporter, le esecuzioni extragiudiziali sono “assassinii commessi dalle forze pubbliche. In pratica si sequestrano persone, si assassinano e poi si presentano davanti all’opinione pubblica come membri della guerriglia o di altri gruppi uccisi durante scontri con l’esercito”. Perché? Per “farli passare per guerriglieri delle FARC e (…) rispettare gli obbiettivi di produttività (sic) voluti dagli Stati Uniti ed incassare così i soldi del Plan Colombia (…)”, come diceva nel dicembre scorso, qui, Gennaro Carotenuto.

Il presidio italiano sarà a Roma in Campo de’ Fiori alle 18:00.
Maggiori informazioni sul blog di Annalisa Melandri.

Il sito del Movimento nazionale colombiano delle vittime dei crimini di stato.



POR LAS VICTIMAS DE SUCUMBÍOS
3 marzo 2009, 00:53
Filed under: Colombia, Diritti umani | Tag: ,

jornadacontinental

E’ passato un anno dall’attacco aereo colombiano in Ecuador nel quale hanno perso la vita, fra gli altri, Raúl Reyes, uno dei principali leader delle Farc, e quattro studenti messicani: Verónica Natalia Velázquez Ramírez, Juan Gonzáles del Castillo, Fernando Franco Delgado, Soren Ulises Avilés Ángeles. L’accampamento non militare che li ospitava era teatro, come dice Annalisa Melandri, di “trattative di mediazione internazionale per la liberazione di Ingrid Betancourt e di altri ostaggi nelle mani delle FARC.” Per il 2 marzo è stata indetta la JORNADA CONTINENTAL DE PROTESTA POR LAS VICTIMAS DE SUCUMBÍOS, ECUADOR. Qui la foto di Lucia Morett, sopravvissuta all’incursione colombiana, che partecipa alla manifestazione a Città del Messico.

Vi segnaliamo il Mensaje de las Sobrevivientes de Sucumbíos e Sobre la Jornada Continental de protesta por las victimas de Sucumbíos da abpnoticias.com.
Qui il blog dell’associazione dei genitori e familiari delle vittime e il sito della Lega Messicana per la difesa dei Diritti Umani.



Manca sempre qualcuno
1 marzo 2009, 20:40
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CAMBODIA-SKULLS-PACKAGE

da PROVE DI MEMORIA NELLA CAMBOGIA NEL DOPO POL POT
KHMER ALLA SBARRA
di Piergiorgio Pescali su ilmanifesto.it del 26.02.2009

I dirigenti superstiti di Kampuchea Democratica compaiono di fronte al Tribunale straordinario, in larga parte finanziato dall’Onu, sui crimini del loro regime. Tra una popolazione disinteressata, i contadini che rimpiangono i tempi del Fratello numero Uno, un premier che cerca di far dimenticare i suoi antichi legami con il movimento, il paese appare ancora poco pronto a fare i conti con il proprio passato
Duch è seduto tranquillo di fronte ai giudici internazionali. È lui il primo dei dirigenti superstiti di Kampuchea Democratica a dover sostenere il processo contro i crimini commessi durante il periodo in cui i Khmer Rossi erano al potere. Dopo di lui compariranno Ieng Thirith, Nuon Chea, Ieng Sary e Khieu Samphan. Nell’aula aleggia continuamente la impalpabile presenza di Pol Pot, Fratello Numero Uno, il leader del movimento che oggi tutti vogliono alla gogna, ma che tutti, direttamente o indirettamente, hanno aiutato a nascere, crescere e trionfare.
È sulla sua memoria che si scaricano tutte le responsabilità. Duch, l’ex maestro di matematica divenuto direttore del carcere S-21, dove venivano imprigionati e uccisi tutti gli oppositori interni al regime, si difende dicendo che ha agito secondo gli ordini ricevuti. Ieng Sary, ex ministro degli esteri e ex cognato di Pol Pot, si discolpa affermando che la sua dissociazione dal gruppo dirigente avvenuta all’inizio degli anni Novanta, ha contribuito a disintegrare le ultime membra di un movimento già moribondo. Khieu Samphan, la faccia buona e onesta del regime, ancora rispettato da molti cambogiani, denuncia la sua estraneità agli eccidi, dicendo di aver occupato ruoli marginali. E infine, anche Nuon Chea, Fratello Numero Due e intimo amico di Pol Pot, accusa il suo ex dirigente supremo dicendo che non ha mai voluto ascoltare i suoi consigli di moderazione.
Una morte propizia
Insomma, la morte di Pol Pot, avvenuta nel 1998, risulta ora più propizia che mai. E non solo per gli accusati oggi portati di fronte alla Corte Internazionale. Nella regione di Anlong Veng, ultimo quartier generale dei Khmer Rossi, si respira un chiaro senso di nostalgia verso il regime passato. «Il governo di Phnom Penh ci ha tolto tutto quello che i Khmer Rossi ci avevano dato: scuole, ospedali, riso. Come possiamo dirci felici di essere tornati sotto Phnom Penh?» si chiedono i contadini di Phumi Roessei, riuniti durante un sopralluogo della Croce Rossa Internazionale. Qui, come in molti altri distretti del nordovest cambogiano, il governo ha volutamente escluso la popolazione dal flusso degli aiuti internazionali punendola per la sua fedeltà al movimento rivoluzionario. La liberazione, tanto propagandata dal governo cambogiano, si è trasformata in un incubo per molti contadini. Uno smacco per Hun Sen, l’attuale primo ministro che ha sempre demonizzato la dirigenza comunista e che il processo l’ha sempre osteggiato. Il potere, per lui, è sempre stato il principale obiettivo sin da quando, alla fine del 1978, disertò le file dei Khmer Rossi di cui era quadro, per affiancarsi ai vietnamiti durante l’invasione avvenuta nelle settimane seguenti. Da allora, e parliamo di ben 30 anni, questo caparbio politico cambogiano è sempre stato al vertice del governo, trasformando l’intera nazione in un feudo personale. Un processo equo non farebbe piacere a nessuno: sarebbero in troppi a dover dare spiegazioni sui loro comportamenti prima, durante e dopo l’avvento dei Khmer Rossi al potere. L’Occidente e le stesse Nazioni Unite dovrebbero spiegare gli aiuti diplomatici, finanziari e militari dati ai Khmer Rossi dopo il 1979; Sihanouk dovrebbe convincere un’eventuale giuria obiettiva delle sue acrobatiche manovre politiche per restare aggrappato al trono regale, Hun Sen di come abbia aiutato Pol Pot a conquistare il potere per trasformarsi successivamente nel suo più violento accusatore. La scuola, inoltre, non è ancora pronta ad affrontare seriamente il periodo di Kampuchea Democratica. Trent’anni, se possono sembrare tanti per la nostra percezione del tempo immediato, sono invece un’inezia per la Storia e per poter confrontarsi con essa con obiettività. (…)

sempre da ilmanifesto segnaliamo Ma Kissinger non siede sul banco degli imputati di John Pilger “L’olocausto cambogiano ha avuto tre stadi. Il genocidio di Pol Pot non è che uno di essi, eppure è l’unico ad avere un posto nella memoria ufficiale. È estremamente improbabile che Pol Pot sarebbe salito al potere, se il presidente Richard Nixon e il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Henry Kissinger, non avessero attaccato la Cambogia, che aveva una posizione neutrale. Nel 1973 i B-52 sganciarono sulla popolazione della Cambogia più bombe di quante ne furono sganciate sul Giappone durante tutta la seconda guerra mondiale: l’equivalente di cinque volte Hiroshima. Alcuni documenti declassificati rivelano che la Cia aveva pochi dubbi sugli effetti. « stanno usando il danno causato dagli attacchi dei B-52 come il principale tema della loro propaganda» riferiva il direttore delle operazioni il 2 maggio 1973. «Questo approccio ha consentito il reclutamento di molti giovani è stato efficace con i profughi». Prima dei bombardamenti, i Khmer Rouge erano una setta maoista senza base popolare. Le bombe fecero da catalizzatore. Pol Pot completò ciò che Nixon e Kissinger avevano cominciato.
Kissinger non sarà sul banco degli imputati di Phnom Penh. È un consigliere del presidente Obama per la geopolitica. Non ci sarà Margaret Thatcher, né molti dei suoi ministri e collaboratori ad alto livello che sono comodamente andati in pensione e che, sostenendo segretamente i Khmer Rouge dopo che i vietnamiti li avevano espulsi, contribuirono direttamente al terzo stadio dell’olocausto cambogiano. Nel 1979, il governo Usa e quello britannico imposero un embargo devastante su una Cambogia già duramente colpita perché il suo liberatore, il Vietnam, apparteneva alla parte sbagliata della guerra fredda. Poche campagne del Foreign Office sono state altrettanto ciniche o altrettanto brutali. All’Onu, gli inglesi chiesero che il regime ormai defunto di Pol Pot detenesse il «diritto» di rappresentare le sue vittime all’Onu e votarono con Pol Pot sulle agenzie dell’Onu, tra cui l’Organizzazione mondiale della sanità, impedendole così di lavorare all’interno della Cambogia.
Per nascondere questo scandalo la Gran Bretagna, gli Stati uniti e la Cina, il principale sostenitore di Pol Pot, inventarono una coalizione «non comunista» in esilio che era, di fatto, dominata dai Khmer Rouge. In Thailandia, la Cia e la Defence Intelligence Agency stabilirono legami diretti con i Khmer Rouge. Nel 1983, il governo Thatcher inviò lo Special Air Service (Sas) ad addestrare la «coalizione» nella tecnologia sulle mine antiuomo – nel paese più disseminato di mine al mondo, con l’eccezione dell’Afghanistan. «Confermo» scrisse Margaret Thatcher al leader dell’opposizione Neil Kinnock, «che il governo britannico non è in alcun modo coinvolto nell’addestramento o nell’equipaggiamento delle forze Khmer Rouge o delle forze loro alleate, né ha collaborato con esse». Era una bugia sfacciata. Il 25 giugno 1991, il governo Major fu costretto ad ammettere davanti al parlamento che il Sas aveva segretamente addestrato la «coalizione».
Se la giustizia internazionale non è una farsa, coloro che parteggiarono con gli omicidi di massa di Pol Pot dovrebbero essere chiamati ad apparire davanti al tribunale di Phnom Penh: almeno, i loro nomi dovrebbero comparire nel registro dell’infamia.”

Se siete nati prima degli anni ’80, vi ricorderete il film di Roland Joffe , Urla del silenzio. Lo potete rivedere su questo sito cinese, in lingua originale.
Segnaliamo anche il libro di Tiziano Terzani Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia. Su RadioAlt trovate l’incipit.



Il triste capodanno buddista
1 marzo 2009, 12:09
Filed under: Asia, Diritti umani, Religione | Tag: , , ,

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(ANSA) – PECHINO, 27 FEB – Un monaco tibetano si e’ dato fuoco nella provincia del Sichuan a un anno dalle proteste soffocate nel sangue dalle autorita’ cinesi. Lo riferisce il gruppo di attivisti Free Tibet Campaign. Il monaco si e’ immolato dopo essere uscito dal monastero di Kirti, nella contea di Aba, nella Cina occidentale, teatro nel marzo dell’anno scoro di manifestazioni pro-indipendentiste. Con se’ aveva una bandiera tibetana con la foto della guida spirituale in esilio, il Dalai Lama.

“… perché un uomo che si bagna di benzina e poi accende un fiammifero e poi si dà fuoco, un uomo che si lascia bruciare senza un grido e senza un pentimento, un uomo che fa questo per motivi ideali non per scontenti personali, ecco: a mio parere quell’uomo è un eroe. E lo è quanto un vietcong, un soldato in trincea.
Io chiamavo eroi gli astronauti. Ma che eroismo ci vuole a sbarcare sulla Luna con un margine di sicurezza del novantanove virgola nonvantanove per cento, con una astronave collaudata fino all’ultimo bullone, seguita senza senza sosta da migliaia di tecnici, scienziati, strumenti infallibili pronti a venire in tuo aiuto? E se va male lo stesso, se sulla Luna ci muori, che eroismo ci vuole a morire dinanzi agli occhi del mondo, mentre tutto il mondo ti ammira e ti esalta e piange per te? No: l’eroismo, lo capisco qui, non è il vostro, amici astronauti. E’ quello del vietcong che va a ammazzare e farsi ammazzare, scalzo, in nome di un sogno. E’ quello di un soldato che crepa solo come un cane in un bosco, mentre va all’assalto di una collina di cui non gli importa nulla. E’ quello di una ragazza o di un bonzo che si danno alle fiamme rischiando di essere ridicolizzati con un estintore”.

Oriana Fallaci, Niente e così sia, Rizzoli, 1969, p.79

Nel Tibet blindato dal regime la festa più triste fra i soldati, RAIMONDO BULTRINI su repubblica.it;



We are not afraid
21 gennaio 2009, 15:37
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The killers have no fear because they know they will not be punished. But neither are their victims afraid, because when you defend others you cease to fear.
On 19 January in the centre of Moscow Anastasia Baburova, a journalist with Novaya gazeta, and the lawyer Stanislav Markelov were shot dead. The killer stood behind them and aimed at the back of the head. He had no reason to fear. Not one such public political assassination has yet led to a trial or conviction.

Qui il resto del commento di Elena Milashina apparso oggi su Novaya Gazeta.