Concausa


Dalla parte delle bambine. Haiti e la violenza di genere.
11 marzo 2010, 01:15
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Nel Rapporto 2009 sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica di Haiti, Amnesty International denunciava che la violenza sessuale nei confronti delle donne era “pervasiva e diffusa” e sottolineava come fossero le ragazze di età inferiore ai 18 anni quelle più a rischio. Oggi, dopo il violento terremoto che ha sconvolto l’isola nel gennaio scorso, la situazione delle donne haitiane è ancora più difficile. Qui, sul sito dell’IRIN, c’è la testimonianza di una donna rifugiata al campo Jean-Marie Vincent che denuncia la violenza subita mentre raggiungeva i bagni. E non è la sola. Qualche giorno fa anche La Stampa aveva parlato della situazione grazie all’articolo di Lisa Paravisini ripreso da Repeating Islands nel quale Taina Bien-Aime, direttore esecutivo di Equality Now, dice che “la cosa più straziante e scandalosa è che un minuto dopo il sisma, abbiamo temuto e previsto che si sarebbero verificati stupri e violenze sessuali. Quasi ogni giorno, vengono pubblicate storie di violenza sessuale e stupri nelle tendopoli o di come le donne temano di essere assalite da potenziali stupratori… dobbiamo imparare dagli errori del passato rispetto alla tutela delle donne e delle bambine nei periodi di guerra o calamità naturali. Alle donne haitiane viene spesso insegnato a soffrire in silenzio, ma la comunità internazionale non deve considerare inevitabile l’incontrollata violenza sessuale nell’Haiti del post-terremoto. Abbiamo fatto dei rapidi controlli nei campi in cui stiamo lavorando, e ci siamo imbattuti in denunce, molto simili fra loro, di bambine e donne che sono state vittime di violenza proprio in quanto donne. C’è un urgente bisogno di adottare misure appropriate per garantire loro protezione.”

Haiti’s Rape Crisis di Liesl Gerntholtz qui su The Daily Beast.



Non credere di avere diritti
25 agosto 2009, 14:32
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photo Swiatoslaw Wojtkowiak (www.nygus.info)

photo Swiatoslaw Wojtkowiak (www.nygus.info)

Nella notte fra il 3 e il 4 Agosto, dopo più di dieci anni di discussione, il Mali ha adottato un nuovo Codice di famiglia (117 deputati hanno votato a favore, 5 contrari e 4 astenuti). Fra i 1.100 nuovi articoli introdotti, molti riguardano i diritti delle donne: 18 anni come età minima per contrarre il matrimonio, diritti di successione estesi ai figli nati fuori dal matrimonio e alle figlie femmine, introduzione del divorzio consensuale e soppressione del “dovere d’obbedienza” della moglie nei confronti del marito.
Ma non a tutti piace l’Égalité fra l’uomo e la donna. Sabato scorso a Bamako circa 50.000 persone hanno partecipato a un incontro organizzato dall’Alto Consiglio Islamico del Mali. All’ordine del giorno respingere il nuovo codice sulla persona e la famiglia. “Siamo molto delusi, per almeno due disposizioni” – si rammarica Mohamed Kimbiri, direttore di radio Dambé. “Che i figli naturali, cioè nati fuori del matrimonio siano riconosciuti in successione, e che le figlie ricevano una quota pari al figlio maschio – e non la metà come prima – è in contraddizione con la legge islamica ”
Qui “da noi”, citando (e scherzando), si direbbe “Pole la donna permettissi di pareggiare coll’omo?” Tornando seri, vi segnialiamo qualche articolo per approfondire: MALI: Threats of violence greet new family code, Le nouveau Code de la famille, une grande avancée pour les femmes e Code de la famille : “La femme reste femme et l’homme reste homme”.
Saranno le donne a salvare l’Africa?

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Stefano Liberti il 28 Agosto ha pubblicato sul manifesto il pezzo che segue:
AMADOU TOUMANI TOURÉ – Il presidente rimanda al Parlameno il nuovo codice della famiglia
Donne, il Mali fa dietro front
La nuova legge parificava i sessi nel matrimonio e nell’eredità
Una sconfitta per le donne maliane. Il nuovo codice della famiglia, per ottenere il quale avevano lottato strenuamente negli ultimi dieci anni, è stato rispedito ieri indietro al Parlamento dal presidente Amadou Toumani Touré «per il bene dell’unità nazionale».
Approvata all’inizio del mese dall’Assemblea nazionale con un vero e proprio plebiscito (117 sì, 4 no e 5 astenuti), la legge allargava notevolmente i diritti delle donne, che cessavano di dover «obbedienza al marito» e ottenevano maggiori diritti d’eredità. Portava il limite minimo d’età per il matrimonio a 18 anni e definiva lo stesso matrimonio una «istituzione laica», in cui i due coniugi vedevano parificati i propri diritti e doveri. Inoltre, secondo la nuova legge, la donna avrebbe potuto iniziare un’attività senza il consenso del marito (cosa oggi impossibile) e conferire la nazionalità maliana ai mariti stranieri (prerogativa finora riservata ai soli uomini).
Tutti questi punti – in particolare l’uguaglianza dei diritti uomo-donna sia all’interno del matrimonio che nella linea ereditaria – hanno fatto sussultare l’Alto consiglio islamico, che ha organizzato manifestazioni in tutto il paese e fatto pressioni sul presidente affinché non promulgasse la legge. Dopo il voto favorevole in Parlamento, varie proteste sono state organizzate, l’ultima delle quali ha portato in piazza lo scorso week-end 50mila persone nella capitale Bamako.
E alla fine ATT, come viene chiamato il capo di stato maliano, ha ceduto alla piazza, sebbene fosse stato lui stesso tra i principali sostenitori del nuovo codice di famiglia. In un messaggio televisivo, il presidente ha detto che «dopo diverse consultazioni con varie istituzioni dello stato, con la società civile, come le comunità religiose e con le associazioni professionali, ho preso la decisione di rimandare la legge sulla famiglia in Parlamento per una seconda lettura».
E il Parlamento, che non riesaminerà la legge prima della fine del mese sacro del Ramadan il 21 settembre, sicuramente la rivedrà in senso più restrittivo, cancellando alcune delle conquiste più importanti delle donne maliane.
Paese tradizionalista e a stragrande maggioranza musulmana, il Mali ha tuttavia un’impronta laica e una società civile molto attiva (in cui le donne hanno un ruolo tutt’altro che secondario) ed è probabile che l’alzata di scudi del consiglio islamico e l’ampiezza delle manifestazioni che ha saputo organizzare abbiano colto di sorpresa lo stesso presidente, che ha così deciso di non acutizzare le tensioni e rimandare la legge in Parlamento «per una seconda lettura». Touré ha detto che questa sua decisione non significa che la legge viene respinta, ma che vuole semplicemente chiedere al Parlamento di correggere «alcune imperfezioni», in modo da ottenere un sostegno più ampio.
Grande soddisfazioni è stata espressa dall’Alto consiglio islamico, che aveva minacciato ulteriori proteste. Le donne, da parte loro, non si danno per vinte e sperano di riuscire a volgere a proprio vantaggio la mossa del presidente, convincendo tutti della bontà del nuovo codice. «Facciamo appello agli uni e agli altri per organizzare larghe consultazioni per mettere l’unità nazionale al di sopra di tutto. Nel nostro paese, tutti sono per la promozione della donna. Ma, quando ci sono incomprensioni, bisogna sedersi, discutere e trovare soluzioni adeguate», ha detto Dembélé Oulématou Sow, presidentessa della Federazione nazionale dei collettivi di organizzazioni femminili in Mali.”



La differenza fra “colore” e violenza
28 aprile 2009, 15:42
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aiwedding

Condividiamo con voi, ammesso che un “voi” dall’altra parte del monitor ci sia davvero, la riflessione che Enza Panebianco fa oggi nel post La violenza contro le donne e il giornalismo creativo sul suo blog femminismo-a-sud.noblogs.org

Tg3 regionale Toscana. Ore 14.00 del 27 aprile 2009. L’annunciatrice presenta il servizio a proposito di una donna che ha patito per dieci ore l’inferno per mano di un uomo. Tutto si svolge a Orbetello. Di entrambi si dice che avevano avuto una relazione e di lei che è una non meglio precisata “ballerina albanese” sequestrata dall’ex amante all’uscita del night dove lei lavorava. Il servizio è di Giancarlo Capecchi.

Riportiamo il testo che il giornalista ha recitato come se si trattasse di una favola senza lieto fine. Nel frattempo scorrevano le immagini dei luoghi e dei carabinieri in azione.
Giancarlo Capecchi così narra la vicenda:

“Un rapimento per amore, per riacquistare il cuore della bella ballerina albanese – Lei, 33 anni, che l’aveva stregato e che voleva chiudere la storia – ma invece del si per un dentista senese di 40 anni sono arrivate le manette.
La storia alle due di notte è avvenuta a Orbetello dove la ballerina lavora in un night club. Il professionista innamorato l’ha saputo, è sceso in maremma, con la sua potente auto, ha visto la donna sulla sua auto appena uscita dal night, l’ha bloccata e ha minacciato lei e un amico che voleva difenderla con una pistola. Poi l’ha costretta a salire e l’ha portata nell’appartamento del fratello vicino a san rocco a pilli, ed è proprio lì che i carabinieri dopo dieci ore da incubo passate dalla donna l’hanno liberata.
L’uomo dovrà rispondere ora di sequestro di persona, porto abusivo di arma, e minaccia aggravata. E rassegnarsi naturalmente a perdere il grande amore.”

Fosse stato un rom non avrebbero neppure specificato la professione. Fosse stata lei una italiana figlia o moglie di un “rispettabile” patriota non si sarebbero permessi di definirla “bella ballerina albanese” dove il bella suona come un insulto sessista e la definizione di ballerina albanese sembra quasi una attenuante per definire le caratteristiche morali della donna.
Ricorre con una frequenza fastidiosa la parola amore, innamorato, stregato. Così come ricorrono frequentissimi e altrettanto inopportuni i riferimenti alla condizione economica dell’uomo.
Lui è ricco, un dentista, un professionista, per di più senese, con una “potente” auto. Lui è innamorato. Così ha deciso il giornalista giacchè la riprova di un sentimento non rappresenta una notizia altrimenti il signor Capecchi avrebbe potuto raccontarci che lei era terrorizzata, forse inorridita, disperata. Volendo applicare la fantasia, di aggettivi se ne possono trovare tanti.
La storia del giornalista però si basa per intero sull’innamoramento dell’uomo arrestato. Lei si può solo definire “bella” e a seguire “ballerina albanese”, si può dire che l’ha stregato e poi che voleva persino chiudere la storia. Con questi presupposti resta evidente un sottinteso: come si è permessa lei di rifiutarsi, di non concedersi e di dare un dolore a questo nobilissimo uomo per il quale alla fine dovremmo essere affrante perchè avrebbe perduto il suo “grande amore”?
Il giornalista non ha potuto omettere il riferimento alla pistola e ha ignorato che se un uomo è “innamorato” porta con se’ doni, carezze, parole belle, talvolta dei vaffanculo ma non un’arma. Il giornalista non ha potuto omettere neppure che la donna ha vissuto dieci ore da incubo. Particolari questi che sono resi invisibili dalla narrazione del fatto.

La questione è abbastanza sconcertante se si pensa che tutto ciò possa avvenire su una televisione pubblica. Non è il commento della apocalittica presentatrice di Italia 1 ne’ quello del pluridecorato sessista di passaggio su rete4.
Si tratta del tg3 e dato che la rai dice di assumere giornalisti che sanno fare il suo mestiere allora ci chiediamo quando si decideranno a fargli un aggiornamento sui linguaggi. Quando un certo modo di fare “giornalismo” potrà essere messo in discussione.
Non pretendiamo la luna. Almeno che si comunichi la notizia e qui la notizia era che la ragazza è stata aggredita, rapita e tenuta sotto sequestro e chissà che altro per dieci ore. C’e’ lo stalking, il sequestro, la minaccia, la violenza. Ci sarebbe piaciuto sapere come sta, giacchè ci sembra che non sia stato poi questo gran divertimento, chi ha avvisato i carabinieri, qualche bella parola contro la violenza maschile sulle donne, un po’ di statistiche e di percentuali, che tipo di risorse e di servizi la toscana mette a disposizione per le donne che sono vittime di violenze, dove sono i centri antiviolenza, se esiste uno sportello donna antiviolenza a Orbetello, a chi dovrebbero rivolgersi le donne nel caso in cui succeda loro una cosa dello stesso genere, cose così. Informazioni dovute da una televisione pubblica che esige il pagamento del canone per rendere un servizio anche alle cittadine.
Invece si da per scontato che sia un fatto di cronaca marginale del quale non si deve parlare perchè non c’e’ di mezzo nessun rom. Così abbiamo saputo tutto dell’aggressore. Come se il perno della notizia fossero le sue pene d’amore. Mancava un riferimento ad eventuali sofferenze nell’infanzia e poi avevamo l’impianto difensivo e l’assoluzione prima di qualunque processo.
Come dire: ci è arrivata notizia di questo “dettaglio” trascorso sul tg3 toscano, lo abbiamo visto e non lo abbiamo gradito. Non lo abbiamo gradito per niente. Dirlo era il minimo.”

Perché svilire una brutta storia di violenza sulle donne in una piccola notizia di colore? Non è un po’ “violenza morale” anche questa?
Nel novembre scorso, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza alle donne, la Federazione internazionale dei giornalisti diffuse il documento “Raccomandazione per l’informazione sulla violenza contro le donne”. Eccolo qui.
AL punto due c’è scritto: Utilizzare un linguaggio esatto e libero da pregiudizi. Ed è scritto in grassetto.

La studiosa del linguaggio Alma Sabatini sostiene che “l’uso di un termine anzichè di un altro comporta una modificazione nel pensiero e nell’atteggiamento di chi lo pronuncia e quindi di chi lo ascolta. La parola è una materializzazione, un’azione vera e propria”. La citazione viene dal sito Il sessismo nei linguaggi, gruppo di studio della casa della donna di Pisa.
Le parole sono importanti…



Essere donna e giornalista. In Nepal.
12 gennaio 2009, 18:39
Filed under: Asia, Diritti delle donne, Diritti umani | Tag: , ,

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UCCISA GIORNALISTA CHE SI OCCUPAVA DI DIRITTI UMANI
fonte: misna.org

Una giornalista che si occupava di diritti delle donne e aveva criticato gli esponenti politici nepalesi è stata pugnalata a morte nel Terai, nella zona meridionale del Nepal. A darne notizia sono oggi fonti della polizia locale, secondo le quali un gruppo di uomini armati è entrato nell’appartamento della giornalista, Uma Singh, a Janakpur e ha pugnalato ripetutamente la donna. Uma Singh, 24 anni, lavorava per il quotidiano locale “Janakpur Today” e per l’emittente radiofonica “Radio Today”. Il sud del Nepal aveva visto diminuire le violenze a partire dal 2006, anno in cui i maoisti hanno posto fine alla guerra civile per presentarsi alle elezioni l’anno successivo; di recente sono sorti diversi gruppi armati, che combattono per ottenere un maggiore grado di autonomia regionale. Secondo le fonti di polizia che hanno comunicato la morte della giornalista, però, non vi sono indizi che coinvolgono questi gruppi armati e il movente dell’omicidio non è ancora chiaro. “Era una giornalista coraggiosa, e questa uccisione brutale mostra chiaramente quali minacce i giornalisti nepalesi si trovino a dover fronteggiare”: ha detto il direttore di “Janakpur Today” durante un corteo di giornalisti che ha attraversato oggi le strade della cittadina, in forma di protesta per l’uccisione di Uma Singh. [MV][CO]

Qui il sito della Federazione dei giornalisti nepalesi.
L’articolo sul sito della Cnn e quello su peacereporter.net.



Essere donna. In Afghanistan.
10 gennaio 2009, 17:02
Filed under: Diritti delle donne, Religione | Tag: , , ,

Da Ses parents lui ouvrent le ventre pour retirer un fœtus issu d’un viol, Rtlinfo.be (via milleeunadonna).

Une adolescente afghane a été hospitalisée dans un état grave après que sa mère et son frère lui eurent ouvert le ventre pour enlever le fœtus de cinq mois qu’elle portait à la suite d’un viol, a annoncé mardi une responsable gouvernementale afghane.
Les parents de la jeune fille, des agriculteurs, avaient apparemment décidé de laver ainsi l’honneur de la famille, le viol et le fait d’être enceinte sans être mariée étant considérés comme infâmants dans la société afghane, a déclaré Mme Habiba Sarabi, gouverneur de la province centrale de Bamiyan.
L’adolescente avait caché à sa famille qu’elle attendait un enfant, a ajouté le gouverneur. “Quand la famille a réalisé (cela) il y a deux jours, la mère et le frère de la fille lui ont ligoté les mains et les jambes et l’ont emmenée dans une écurie où ils lui ont ouvert le ventre avec une lame et ont extirpé le foetus”, a expliqué Mme Sarabi. Ils ont ensuite recousu la blessure avec une grande aiguille du genre de celles utilisées pour fermer les sacs de farine, a-t-elle poursuivi.
La plaie s’est ensuite infectée, puis a commencé à saigner, et l’adolescente s’est évanouie, ce qui a conduit ses parents à l’emmener à l’hôpital. “Elle ne va actuellement pas bien”, a souligné Mme Sarabi, selon laquelle le violeur présumé a été arrêté. Le directeur des services de santé de la province, Nadir Ali, a confirmé que la jeune fille était hospitalisée et que sa blessure s’était “sérieusement infectée”.

Questo fatto agghiacciante è accaduto nella provincia di Bamiyan, dove una volta c’erano i famosi Buddha.
Negli anfratti che ospitavano i monumenti tende e lamiere nascondono ricoveri di fortuna, qui su lastampa.it.
Quelle nicchie vuote di Bamiyan che hanno cancellato la storia, GUIDO RAMPOLDI, qui su repubblica.it.

L’associazione Revolutionary Association of the Women of Afghanistan ha un canale su youtube, questo, che vi invitiamo a visitare. Il video più visto del canale e questo qui:

Segnaliamo l’articolo Donne d’Afghanistan di Cecilia Strada su peacereporter.net. e il sito dell’associazione Pangea che dal marzo 2003 lavora con le donne di Kabul.

L’Afghanistan, in questo momento, ospita anche Emanuele Giordana, fondatore e direttore di Lettera 22. Se volete seguire il suo diario potete farlo qui nel suo blog. In uno dei suoi ultimi post ci informa che l’Afghanistan Independent Human Rights Commission ha registrato nel 2008 almeno 3 mila casi di violenza contro le donne.



Sewa, lavoratrici autonome in India
7 gennaio 2009, 11:16
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da Gli sguardi intensi e fieri di un sindacato unico al mondo
di Marina Forti, ilmanifesto.it, 06.01.2009.

laura_salvinelli

“La giovanissima sigaraia ha uno sguardo fiero, quasi arrabbiato. Le operaie muratrici sono troppo intente nel lavoro, mattoni e filo a piombo, per guardare l’obiettivo: vediamo soprattutto le loro mani, decorate con l’henné. Le lavoratrici della ferriera si lasciano andare a un sorriso, visi invecchiati anzitempo. Non così le dai, le levatrici: i loro sguardi rugosi sono seri, quasi scrutatori, straordinariamente intensi. Ritratti in bianco e nero da cui strabocca energia, determinazione, e non è un caso: le donne fotografate da Laura Salvinelli fanno parte di un’esperienza unica al mondo. Esposte a Roma sotto il titolo Indiana, accompagnate da testi di Mariella Gramaglia, quelle foto sono in effetti un reportage su Sewa, o «Self Employed Women’s Association», sindacato di lavoratrici autonome in India.”
A Roma, Palazzo Incontro, via dei Prefetti 22, fino al 18 gennaio.

Il sito di Self Employed Women’s Association.
Lo shop on line del sindacato.
Il blog dall’India di Mariella Gramaglia.
Il sito di Laura Salvinelli.
Il video della Provincia di Roma.



“Un fradicio rompicapo”, Lee Miller a Parigi
2 gennaio 2009, 18:59
Filed under: Fotografia | Tag: , , ,
Lee Miller nel bagno di Hitler. 1945 by David E. Scherman via blindflaneur.com

Lee Miller nel bagno di Hitler. 1945 by David E. Scherman via blindflaneur.com

da Una lucida ambiguità negli scatti di Lee Miller
di Elena Del Drago pubblicato su Il Manifesto del 24.12.2008

“Dopo Londra, anche Parigi festeggia Lee Miller, modella, musa, socialite, chef, ma soprattutto fotografa, con una affascinante retrospettiva a cura di Marta Gili ospitata al Jeu de Paume fino al 4 gennaio. E le possibilità per lo spettatore, sono due, diametralmente opposte, ma ugualmente valide: quella di non lasciarsi distrarre dalla bellezza di Lee, dai compagni celebri che l’hanno circondata, dall’atmosfera così novecentesca che emanano le immagini, ma piuttosto valutarle per la loro capacità di ritrarre persone e luoghi centrali e periferici nella storia dello scorso secolo; oppure quella di vederle come la testimonianza di una biografia eccezionale. Entrambe, comunque, costringono a riconsiderare Lee Miller per la sua professionalità, per la capacità personalissima di utilizzare questo strumento, per la tenacia con cui si è destreggiata in un ambiente di soli uomini, arrivando, nella seconda metà della sua vita, a risultati davvero interessanti.”

Il sito dell’archivio Lee Miller.