Concausa


Dov’ è che corre? Non sarà stanca?
26 giugno 2009, 22:30
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Ritratto di donna
Wislawa Szymborska

Deve essere a scelta
cambiare, purché niente cambi.
È facile, impossibile, difficile, ne vale la pena.
Ha gli occhi, se occorre, ora azzurri, ora grigi
neri, allegri, senza motivo pieni di lacrime.
Dorme con lui come la prima venuta, come l’unica al mondo.

Gli darà quattro figli, nessuno, uno.
Ingenua, ma è un’ottima consigliera.
Debole, ma sosterrà.
Non ha la testa sulle spalle, però l’avrà.
Legge Jaspers e le riviste femminili.
Non sa a che serva questa vita, e costruirà un ponte.
Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.

Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,
soldi suoi per un viaggio, lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.
Dov’ è che corre? Non sarà stanca?
Ma no, solo un poco, molto, non importa.
O lo ama, o si è interstardita.
Nel bene, e nel male, e per l’amor del cielo!

——————-
Wisława Szymborska
Vista con granello di sabbia
Biblioteca Adelphi, a cura di Pietro Marchesani
1998 , 10ª ediz. , pp. 239, euro 20,00

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Qui piove…
28 marzo 2009, 18:31
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qui-piove

Diversi come due gocce d’acqua

Nulla due volte accade
né accadrà. Per tal ragione
nasciamo senza esperienza
moriamo senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.

Non c’è giorno che ritorni
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome
qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.

Oggi, che stiamo insieme,
hai rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma cos’è?
Forse pietra? O forse fiore?

Perché tu, ora malvagia,
dai paura e incertezza?
Ci sei – perciò devi passare.
Passerai – e in ciò sta la bellezza.

Cercheremo un’armonia
sorridenti fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.

Wislawa Szymborska



Di limiti, ancora una volta
24 marzo 2009, 02:28
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plath

Edge. Taglio, bordo, margine, estremità, orlo, spigolo.
Il figlio di Sylvia Plath si è suicidato ieri. Coincidenze.

Son of poets Sylvia Plath and Ted Hughes kills himself di Stephen Bates e Nicholas Hughes’s death tells us nothing about Sylvia Plath’s poetry di Judith Flanders entrambi sul guardian.co.uk.

La donna ora è perfetta.
Il suo corpo
morto ha il sorriso del compimento,
l’illusione di una necessità greca
fluisce nelle pieghe della sua toga,
i suoi piedi
nudi sembrano dire:
siamo arrivati fin qui è finita.
I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,
presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti
di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino
s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.
La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di essere triste.
E’ abituata a queste cose.
I suoi nei crepitano e tirano.

Limite (Edge), 5 febbraio 1963

Nel 2003 la regista Christine Jeffs ha diretto un film dedicato a Sylvia Plath, Sylvia. Com’è? E chi lo sa. Qui da noi è inedito perché non ha trovato alcun distributore.



Di limiti e parole
22 marzo 2009, 23:04
Filed under: Poesia | Tag: ,

Ma noi vogliamo parlare dei limiti,
e limiti attraversano ancora ogni parola:
spinti dalla nostalgia li oltrepasseremo
e poi saremo in armonia con ogni luogo.

da Von einem Land, einem Fluß und den Seen
di Ingeborg Bachmann.

In Die Wahrheit ist dem Menschen zumutbar la Bachmnn scrive “Il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel nascondere le tracce, nel far nascere illusioni su di esso. Per lui, anzi, il dolore deve essere vero e deve essere reso tale una seconda volta, cosicché noi possiamo vederlo. Tutti, infatti, vogliamo diventare vedenti. E solo quel dolore nascosto ci fa sensibili all’esperienza e soprattutto all’esperienza della verità. Quando siamo in questo stato in cui il dolore diventa fertile, stato che è insieme chiaro e triste, noi diciamo, molto semplicemente, ma a ragione: mi si sono aperti gli occhi. E non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente un oggetto o un avvenimento, ma proprio perché comprendiamo ciò che non possiamo vedere. E l’arte dovrebbe portare a questo: far sì che, in tal senso, ci si aprano gli occhi”

Per chi conosce il tedesco, on line c’è l’Ingeborg Bachmann Forum e il sito ingeborg-bachmann.cc. In italiano, invece, segnaliamo questo, questo e i suoi libri su Ibs.
Un amore in ogni libro, di Alessandra Orsi su La Stampa e La parola sonora del dopoguerra, su railibro.rai.it.



Macellerie messicane e pallottole vaganti
16 gennaio 2009, 12:24
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celere

Carlo Bonini, inviato del quotidiano La Repubblica, ha curato per Einaudi il libro “Acab. All Cops Are Bastards”. Dalla quarta di copertina leggiamo “«ACAB». All Cops Are Bastards. Il refrain di un celebre motivo skin anni Settanta” (info sullo street punk britannico qui grazie a wuming) “diventa richiamo universale alla guerra nelle città, nelle strade. Michelangelo, «Drago» e «lo Sciatto» sono tre «celerini bastardi». Sono odiati e hanno imparato a odiare. Basta leggere l’impressionante e inedita chat del loro reparto per capirlo. Cresciuti nel culto della destra fascista, si scoprono disillusi al termine di una parabola di violenza che è la loro «educazione sentimentale».”
L’inedita e impressionante chat viene oggi pubblicata su La Repubblica in un articolo, sempre di Bonini: Quello che i celerini non dicono Il blog dei cattivi poliziotti. Sempre su Repubblica.it, il commento di Gabriele Romagnoli L’onda anomala chiamata odio.

Sul tema delle macellerie messicane, delle pallottole che attraversano autostrade, del senso di diffusa impunità che sembrano provare alcuni appartenenti alle forze dell’ordine (le foto-trofeo dei Vigili di Parma nella cronaca di ieri ne sono un “piccolo” e sconcertante esempio), facciamo nostre le parole di Heberto Padilla.

POÉTICA

Di la verdad.
Di, al menos, tu verdad.
Y después
deja que cualquier cosa ocurra:
que te rompan la página querida,
que te tumben a pedradas la puerta,
que la gente
se amontone delante de tu cuerpo
como si fueras
un prodigio o un muerto.

Heberto Padilla